È solo il secondo film della coppia di registi (ma anche attori, sceneggiatori, produttori, conduttori televisivi) Javier Ambrossi e Javier Calvo eppure ambiscono a un’opera elefantiaca, che si muove tra la finzione e la realtà, tra la letteratura e la Storia, tra due secoli. Come l’accademica statunitense Isabelle Durand (Glenn Close), i due sono interessati alla Storia nel momento in cui si infiltra tra le personalità e ne diviene motore di lotta e di libertà. Date queste premesse non è bizzarro tornare con la mente all’anno scorso, alla ventesima Festa del cinema di Roma, dove proprio negli ultimi giorni un altro film veniva proiettato in anteprima nazionale, insignito dello stesso premio de La bola negra (ex aequo con Fatherland), e cioè miglior regia a Cannes: L’agente segreto, dai toni sicuramente più divertiti e sardonici.

Non è una connotazione spaziale che segue quella temporale nella scansione del film, ma sono i nomi dei protagonisti: in quest’ordine Sebastián (Guitarricadelafuente), 1937; Carlos (Milo Quifes), 1932; Alberto (Carlos González), 2017. Lentamente, in due ore e mezza, l’intreccio che lega questi tre giovani spagnoli si scioglie, perché la trama si dispiega e le loro anime appunto si affrancano dall’eredità del passato, smettono di nascondersi conquistando il coraggio di mostrarsi, a sé stessi e al mondo, per come sono veramente. Sebastián, che per la testa ha solo il suono della sua tromba, costretto militare tra le fila dei nazionalisti, deve sorvegliare un prigioniero repubblicano ferito, Rafael (Miguel Bernardeau), affascinato dalla sua storia e dalla sua resistenza. Carlos vorrebbe diventare affiliato di un casinò ma in quanto omossessuale il consiglio ne rifiuta la candidatura. Alberto, ricercatore in storia ma ex drammaturgo, scopre che il nonno materno che non ha mai conosciuto è morto e che l’ha designato come unico suo erede di un bene che va oltre il denaro.

Quella di Alberto è una ricerca spasmodica, che ha i colori opachi e la fattura (cioè il 35 mm) delle fotografie della prima metà del Novecento, possedute e conservate dalle famiglie poco ordinate in scatole di scarpe, alla rinfusa; unica bussola sono luoghi e date scritte sul retro, se qualcuno quel giorno ha avuto la premura di segnarli. Sono composti di fotografie anche i titoli di testa de La bola negra, in cui alcuni dei corpi ritratti sono tinti di una vernice rosa. Un rosa che ha tanto l’aria di essere provocatorio su quegli uomini novecenteschi, che avevano il dovere di essere maschi vigorosi predatori amanti della guerra. Alberto, Sebastián e Carlos hanno scelto di essere qualcos’altro. O meglio sono colti nel momento in cui capiscono che devono scegliere chi vogliono essere. E non si tratta soltanto dell’espressione della propria sessualità, ma delle proprie istanze, del posto da occupare nel mondo.

Un manoscritto unisce tre uomini: due di questi subiscono la Storia del proprio paese e soltanto nel privato possono svincolarsi dal pregiudizio conservatore. Alberto li riscatterà. Da una parte all’altra della Spagna e degli ultimi due secoli, Ambrossi e Calvo immortalano la forza della natura tra il mare e gli scogli e dell’essere umano (in particolare del corpo maschile di cui sono follemente innamorati), il desiderio più istantaneo e quello espresso in una carezza che non arriva mai a toccare davvero la pelle. La crudezza della guerra coesiste con immagini quasi oniriche che vengono da un altro mondo (quello di carta e di legno del teatro), perché come dice Rafael all’amante Federico (García Lorca, interpretato da Alberto Cortés) «non ce la farai a scrivere senza poesia».

Il titolo del film in spagnolo vuol dire letteralmente “la palla nera” che insieme a quelle bianche sono l’espediente con cui il consiglio del casinò vota se accogliere Carlos: le prime esprimono dissenso. Ecco che queste piccole sfere luccicanti vengono investite di due significati diversi, due tipi di no: da una parte la privazione di un diritto, di esistere come si vuole; dall’altra la scelta, di chi viene ostracizzato, di rifiutare il rifiuto e quindi di opporre resistenza.

Non si sono di certo risparmiati Ambrossi e Calvo. Scomodano liberamente due scrittori, Alberto Conejero (La pietra oscura, 2013) e García Lorca (che non concluse mai l’omonima drammaturgia, iniziata lo stesso anno in cui fu ucciso, 1936), imbastendo un manifesto per loro stessi, per i coetanei e per tutto il mondo. Che grida libertà (forse urlando troppo, ribadendo in maniera ridondante la letteratura a cui si sono ispirati e la struttura originale che hanno creato) ma con la forza di un assolo di tromba eseguito nel bagno di un ospedale, di una drammaturgia scritta a matita, di un bacio mai posato sulle labbra. Cos’è l’epica se non la storia di un semplice individuo che compie gesta fuori dall’ordinario? E in questo mondo purtroppo anche per innamorarsi o danzare può esserci bisogno di tanto coraggio. Ma soprattutto, cos’altro potranno dire Ambrossi e Calvo, dopo un’epopea così travolgente?