I cartelli che compaiono all’inizio del secondo lungometraggio di Rafiki Fariala non permettono particolari interpretazioni: la storia del protagonista Robert corrisponde a quella del regista e probabilmente di molti altri coetanei, del Congo, della Repubblica Centrafricana e di tutto un continente, che grossolanamente viene spesso considerato alla stessa stregua di un paese, una regione dagli Occidentali. Proprio per questo Congo Boy ricorda che il cinema in questo caso può dimostrarsi un volo intercontinentale verso luoghi, lingue, quotidiani impossibili da scoprire in altro modo. Soprattutto se si parla di culture così lontane e avvolte da una coltre spessa di ignoranza. Senza dimenticarsi che, per conoscerle, c’è bisogno che quella stessa coltre venga diradata dall’interno; un potere non sempre esercitabile.

Il sedicenne Robert (Bradley Fiomona Dembeasset), silenziosamente e senza lamentarsi, combatte ogni giorno perché il suo sogno di diventare un rapper non venga completamente distrutto da una quotidianità piuttosto fuori dall’ordinario per chi ha avuto la fortuna di nascere nella parte migliore del pianeta. Nato in Congo ma emigrato in Repubblica Centrafricana per via della guerra, deve trovare un modo di far uscire di prigione i suoi genitori, colpevoli di aver lasciato il proprio paese, ed è responsabile di tre sorelle e un fratello molto piccolo. Come se non bastasse, deve anche conseguire il diploma di liceo e come tutti gli adolescenti di studiare non ne ha proprio voglia, nonostante il padre dalla prigione lo spinga ad iscriversi in futuro a medicina per il sempreverde desiderio di un figlio dottore. Nella capitale Bangui vessata da costanti crisi di governo, da miliziani violenti e prepotenti, dalla corruzione di un paese alla deriva, dalla povertà, Robert per fortuna e con fatica riesce a tenere tutto insieme: scuola, famiglia, lavoro, musica. Facendosi strada piano piano verso un produttore, un contest dell’Unicef.

C’è poco quindi da immaginare. Congo Boy, che è anche il nome d’arte di Robert, si esprime tutto in quelle scene veritiere nonostante il cast e la costruzione fittizia del film. Basta guardare il trailer dell’esordio di Fariala, il documentario Nous, étudiants! (in Panorama a Berlino, 2022), per scorgere le stesse vie, le stesse aule, i colori, i cieli, le strade, i mercati, i locali in cui ci si immerge nel suo secondo. Con la stessa verità, con la stessa sincerità il regista neanche trentenne torna a rappresentare la sua realtà perché di rappresentazioni in cui immedesimarsi non ne esistono, o magari ce ne sono davvero molto poche, per persone come lui. Non c’è pietismo, non c’è fantasia, ma semplici dati, fatti, accadimenti schiaccianti davanti ai quali non c’è punto di vista che tenga. La risposta che Fariala dà a questa condizione, di studenti universitari quasi alla fine di un percorso prima e in questa ricognizione della sua adolescenza ora, sta tutta nella speranza che ciascuno degli individui davanti la macchina da presa depone nel futuro. La cittadinanza, un lavoro soddisfacente, un contratto discografico.

Questa speranza Fariala, che proprio dalla musica è partito, la riversa nel bravissimo Bradley Fiomona Dembeasset, vincitore del premio miglior attore all’Un Certain Regard di Cannes 79, con il quale condivide la stessa passione. Fuor da un ormai stantio realismo magico, la fuga dall’ordinario passa attraverso le canzoni cantate dallo stesso Robert, colonna sonora anche extradiegetica del film (scritta da Fariala e Lillo Morreale). Non sempre sono testi spensierati, anzi, spesso sottolineano la solitudine e l’incertezza nei confronti della propria condizione. Ma la sensazione che lasciano le immagini di quella Bangui è che regnerebbe un assordante silenzio di sconfitta, se non fosse appunto per la sete di gioco e di vita di Robert, che traduce in canzone ogni suo stato d’animo.

La schiacciante consapevolezza di guardare un semplicissimo coming of age fa riflettere sul fatto che di semplice nella vita di Robert non c’è nulla e che anzi la meriterebbe. Congo Boy, nella sua linearità, è testimone di un sopruso, del furto di una giovinezza. Per questo Fariala trova comunque il modo di concedere, ai ragazzi e agli spettatori, il gioco, un lieto fine. Come nel momento in cui alla sorella maggiore di Robert arrivano per la prima volta le mestruazioni, i due sono costretti nell’imbarazzo ad andare a comprare degli assorbenti e sempre tra l’imbarazzo e le risate ne aprono uno per scoprire com’è fatto, come si mette.

Fariala parla della musica e del cinema come due mani: una lo orienta, l’altro gli apre le porte. Sono proprio le sue canzoni a guidarlo verso i film, verso le storie, perché è già autore anche dei testi e dei videoclip. La musica e il cinema di Fariala, sin dall’esordio, sono un tutt’uno, un giovane corpus che punta a raccontare una storia, la sua. Ma anche quella dei suoi amici, dei suoi coetanei, dei suoi concittadini, perché se non c’è nessuno che racconta di te, non esisti. E Fariala non si accontenta della retorica, di ricoprire il ruolo di unico testimone della sua realtà, ma si augura costantemente che qualcun altro possa prendere presto la parola per dire qualcos’altro, che gliela concedano. Non possiamo che unirci a questa speranza e a immaginare un prossimo film di Fariala. Che parli magari anche di tutt’altro: di streghe, supereroi, misteriosi investigatori.