Siamo soltanto al terzo giorno della Festa del cinema di Roma e la tendenza principale dell’arte contemporanea, cioè nutrirsi perversamente di storie vere, si fa sentire. Ecco l’ennesima in questo brevissimo tempo: Fatherland, nella categoria Best of 2026. È il secondo film con cui Paweł Pawlikowski viene insignito del Premio alla miglior regia a Cannes – ex aequo con La bola negra di Javier Ambrossi e Javier Calvo, nella stessa sezione romana, ne leggerete –, dopo Cold War (2018).
Ancora il 4:3 in bianco e nero caro al regista per la tournée/corvée dello scrittore Thomas Mann (Hanns Zischler) e della figlia Erika (Sandra Hüller). È il 1949 e da Francoforte sul Meno arrivano sino a Weimar, dove lo scrittore, uno dei massimi esponenti della letteratura tedesca, ritirerà due Premi Goethe che entrambe le Germanie dell'epoca gli hanno assegnato. Come molti dall’ascesa di Hitler, Mann vive negli Stati Uniti, così torna nella sua Germania, separata e in un timido e omertoso processo di rinascita. Per Erika e il fratello Klaus (August Diehl) accompagnare l’ingombrante padre è un’opportunità per riunirsi: anche loro sono colti, letterati e in profonda crisi, sembra, nelle loro vite private e pubbliche. Ma nel bel mezzo del trionfale ritorno di Mann arriva una telefonata: Klaus non li raggiungerà perché si è tolto la vita, proprio a Cannes.
In sguardi e filmografie come quelle di Pawlikowski non sono il ritmo, la scena madre e neanche l’azione che conducono lo spettatore a cogliere le più sincere emozioni, i più ancestrali interrogativi dentro le storie. Al contrario, Fatherland è composto da silenzi, discorsi, algidità, omissioni, emozioni mai espresse ed esorcizzate. I personaggi devono aggirare questi ostacoli, gli stessi dello spettatore durante la visione. Difatti tra il pubblico c’è chi questi silenzi li completa da solo, entrando nella modalità della narrazione, mentre altri ahimé ne vengono tediati. Per fortuna appartengo alla prima categoria di persone.
Dietro la storia tedesca, oltre le mille lingue che vengono parlate, al di là della politica e della letteratura, Fatherland, come chiaramente suggerisce il titolo, indaga un padre e il rapporto con la figlia, anzi, con i figli. Thomas Mann probabilmente non ha esitato a rispondere all’invito a Francoforte per rendere omaggio a un altro padre, questa volta letterario. Ma di raggiungere la moglie e un altro figlio a Cannes per salutare Klaus è fuori discussione. Erika lo traduce mentre risponde abilmente alle mille domande di giornalisti da tutto il mondo sul comunismo, sul capitalismo, sulla letteratura. In mezzo alla nuova intellighenzia tedesca, ipocrita e mondana, riporta la sensibilità del padre, l’arguzia nel cogliere le sfumature che porterebbero compromessi storici quindi saggezza e prosperità. Com’è possibile che per il cadavere del figlio suicida rimanga solo distanza, giudizio e ribrezzo?
Curiosamente, Mann in tedesco vuol dire proprio uomo. Questo, insieme a una certa visione appunto maschile, troneggia nelle prospettive centrali di molte inquadrature durante Fatherland. Ma Erika è forte, intelligente, colta come Thomas e gli tiene testa silenziosamente per quanto affranta dal dolore per Klaus, inorridita dall’insensibilità che evidentemente l’ha cresciuta. Ma proprio alla maniera di Pawlikowski, il silenzio di Erika, disturbato solo da un piccolissimo momento di confronto, smonterà carsicamente l’impalcatura teorica di Thomas.
La vita è sì stravolta da guerre e allietata da pagine di romanzi nell’Europa novecentesca, luogo d’elezione degli ultimi film di Pawlikowski. Ma quell’essere umano al centro di tutta la Storia nasce dagli affetti, suoi simili, che non può permettersi di trascurare. Per questo per fortuna il piccolo stralcio di vita di papà Thomas e figlia Erika si conclude con un trucco di magia e con un pianto.
Nonostante l’alterità di toni, immagini e colori, alla fine della fiera Fatherland affronta i padri – mi venga perdonata la ripetizione – di una volta (si spera) e le loro case. È un confronto, che finalmente li svelerà nella loro essenza per troppo tempo soppressa, avviato da una figlia, da una donna, punto di vista spesso adottato da Pawlikowski. Donne che altrettanto spesso si incaricano di dissotterrare i rimossi familiari, per la dedizione alla cura che stereotipi di genere gli continuano ad attribuire. Chissà se quel pianto sarà liberatorio per tutti i padri del mondo, quelli ancora all’attivo e quelli che verranno.