Il nuovo film di Paolo Genovese ha aperto la 21esima edizione della Festa del cinema di Roma, e da qui vorrei partire per sondare un terreno più ampio, quello della produzione cinematografica italiana contemporanea, che lascia trasparire alcuni indizi sulla direzione che stiamo prendendo. O meglio, sulla direzione che sta prendendo la rappresentazione in senso lato, in quanto motore agente a sé stante in grado di influire sull’immaginario comune. Noi di Querelle abbiamo fondato questo progetto editoriale spinti da diverse idee, ma una su tutte ci sembrava imperante, ovvero il ritorno a una data importanza che l’arte può e deve avere nelle nostre vite. È chiaro che a parlare è qualcuno che osserva da una posizione privilegiata: io ho uno sguardo allenato, una dimestichezza con la scrittura e una visione più ampia del contesto socio-produttivo dal quale le opere nascono. Ed è altrettanto chiaro che la tesi che voglio portare avanti sia da prendere con le pinze, di traverso, guardandola come un segnale di fumo che il vento cancellerà presto; sperando ad ogni modo di lasciare degli spunti di riflessione, a prescindere dalla lucidità delle mie idee.
Partiamo da Il rumore delle cose nuove, quindi. Il dodicesimo lungometraggio del regista romano (tratto dal romanzo omonimo) è un film che rispetta pienamente i canoni poetici antecedenti: è un film corale, interpretato dai nomi di punta del panorama attoriale nostrano e si muove tra i generi nella piena libertà (dramma, crime, alcune tinte thriller). È un film che gioca moltissimo con l’idea di una certa genitorialità, e che vede i protagonisti – tre coppie, una delle quali ha anche un figlio – rimanere vittima delle pulsioni materne e/o paterne. In senso più ampio, le vediamo invorticarsi tra le piaghe dell’attrazione, a volte tossiche a volte liberatorie; come nel caso di Alba e Elio. Ed è un film pieno di problemi. A partire dai dialoghi e gli scambi didascalici, sino a una fotografia eccessivamente buia, passando per un intreccio che alla fine di tutto lascia il tempo che trova. Ma il difetto maggiore – e parto proprio da qui per allargare il campo – è che lascia trasparire da ogni spiraglio possibile l’artificiosità di un mondo che, di possibile, ha ben poco.
E non mi riferisco al mondo strettamente tangibile, quello eccessivamente scenografato delle case dei protagonisti (se Ralph e Viola lavorano nel mondo del cinema, ecco spuntare una foto di una macchina da presa incorniciata e posata su un mobile all’ingresso; se Andrea è un fotografo, ecco il suo studio open space con tanto di muro-degli-scatti-post-coito ordinatamente disposti), mi riferisco invece al mondo che questi personaggi vorrebbero raccontare. E ritengo che il condizionale in questo caso è più che azzeccato, se penso al modo con cui ogni passaggio e conflitto viene ammantato di un senso di impossibilità latente. C’è dell’impossibilità nelle case che questi personaggi abitano, nel modo a cui guardano gli scambi tra loro, nel modo con cui non è mai presente un cenno al mondo fuori da quelle finestre luminose.
Ho il sentore che col passare degli anni il nodo focale dell’arte si stia riducendo a questo; e me ne dispiaccio. Tutto, infatti, sembra condurci a un'impossibilità evanescente, nebulosa, che fluttua tra le soglie delle sale cinematografiche o tra le pagine di un romanzo – come peraltro ho fatto notare anche scrivendo dell’ultimo romanzo di Vincenzo Latronico. Davvero abbiamo bisogno (o possiamo permetterci) di raccontare storie che non hanno più un briciolo di plausibilità rimasta?
Il mio non vuole essere un attacco indiscriminato. E non voglio assolutamente suggerire che dovremmo tornare ad assumere la seriosità degli anni ‘60 e ‘70, anni durante i quali il cinema e l’arte erano obbligati a rispettare un certo imprescindibile impegno sociale e politico. Però ogni nuovo prodotto mi sembra, come dire, inadatto a rispondere a delle esigenze pulsanti, urgenti. Ultimamente ho anche rivalutato, almeno in parte, Nessun dolore, che quando vidi a Venezia tacciai esattamente della stessa problematica descritta sopra: poca aderenza alla realtà; che Gianni Amelio dava l’impressione di guardare saltuariamente dal finestrino di un taxi passando a Roma Termini. Va bene, Nessun dolore ha molti altri problemi, ma perlomeno rispetto a Il rumore delle cose nuove vanta una certa fantasia iperbolica, nel descrivere questa occupazione legittima nonché legittimata. Cosa avviene, invece, nell’ultimo film di Genovese? Un uomo è troppo ingenuo per capire a fondo i bisogni quotidiani di sua moglie, che poi lo tradisce; un altro uomo è ossessionato dall’idea della genitorialità e cerca di ritrovare il figlio nato dal seme che ha donato; un terzo uomo manipola e controlla pesantemente sua moglie, che alla fine di tutto trova timidamente la forza di ribellarsi e denunciare il sopruso. Tutto questo però è descritto con un senso lampante di vuoto, che si apre nel film (o nei film: ripenso a Elisa di Leonardo Di Costanzo del 2025, che non si salverebbe nemmeno qualora l’accenno psico-thriller possa risultare intrigante) e non lascia scampo a quel senso di scollamento, slabbramento, sfilacciamento.
Sono indeciso anche su come concludere questo articolo, che sta a metà tra una polemica e un editoriale. Ad essere onesto sono anche convinto che quanto scritto finora possa sembrare pretenzioso (molto probabilmente lo è) o sbagliato (quasi certamente lo è). La mia esigenza però resta invariata, e parlo del fatto che vedersi rappresentati in uno schermo, tra le pagine di un libro o a teatro sta diventando un'allucinazione o un lusso; e qualora si prova a chiederlo espressamente si rischia di essere tacciati di incongruenza. Viva l’incongruenza, allora. Perché se questa è sintomo di autenticità, non mi sorprende affatto che non ve ne sia nemmeno un accenno ne Il rumore delle cose nuove.