Quando si ha poco da dire forse sarebbe meglio tacere: un monito che potrebbe essere rivolto all’ormai anziana Patricia Highsmith (Helen Mirren) e allo stesso Anton Corbijn, che a lei dedica la sua ultima fatica, passata a Toronto. A Talent for Murder è l’augurio che il regista indirizza a sé stesso, cioè che quando si sentirà stanco e al capolinea ci sarà qualcuno pronto a chiedergli in ginocchio un altro film? Assente dal 2019, Corbijn ritorna alle sue storie vere di vite vissute, dopo Control (2007), La spia - A Most Wanted Man (2014) e Life (2015), partendo dalla drammaturgia di Joanna Murray-Smith, Switzerland (2014).

La burbera romanziera americana si è ritirata appunto in Svizzera dove convive con fantasmi, dolori, coltelli e tante ubriacature. Il suo editore vorrebbe che sfornasse un altro capitolo del ciclo del truffatore Tom Ripley e manda un primo impiegato a convincerla ma che evidentemente fallisce e sparisce misteriosamente. Durante quel 1995 ci riprova anche l’apparente ingenuo Edward (Alden Ehrenreich), che ha letto tutto dell’autrice. La raggiunge nel suo antro, dove chissà se quella strega lo plagerà al punto da stravolgere il suo animo o, al contrario, evocherà in lui un lato oscuro che in realtà ha sempre posseduto. Edward e Patricia delineano la trama del prossimo libro, traendo spunto da un casuale incontro tra il ragazzo e una bella e ricca coetanea (Olivia Cook). Le quarantotto ore che trascorrono sembrano un raduno di scout intorno al fuoco che si raccontano a vicenda storie dell’orrore.

L’ambiente meno elegante e privilegiato inquadrato da Corbijn è il vagone Trenitalia (che comunque…) diretto verso la Svizzera. I personaggi di A Talent for Murder sono attratti e mossi dall’eleganza e dall’opulenza, ma anche dalla cattiveria e dalla violenza, dal potere. Mischiati tutti insieme, rendono l’atmosfera a tratti thriller e orrorifica. Highsmith/Mirren è davvero una megera e il Ripley del suo futuro romanzo, che ha le fattezze di Edward, accosta il ruolo di Ehrenreich a un pallido e caricaturale Dr. Jekyll e Mr. Hide. Un tripudio della malvagità, secondo Corbijn innata in ognuno di noi.

A Talent for Murder si basa completamente sul racconto nel racconto, verboso più di un giallo ma senza né il cadavere né l’assassino. Tra le tante sentenze, Highsmith sputa che l’infelicità dà un certo carattere, che un individuo diventa quello che è proprio dai calci in culo che riceve. È proprio il personaggio di un’artista maledetta da manuale: inasprita dalla vita, disillusa e convinta di avere la verità in tasca, ossessionata dalla sua creazione migliore, in realtà affranta dalla paura di non riuscire a scrivere come una volta. Di essere arrivata al capolinea.

L’immaginario di Ripley, già ampiamente affrontato al cinema, torna sul grande schermo ma questa volta seguendo le tracce della biografia di Highsmith, in cui Corbijn rifila anche ovviamente tanta finzione. I soliti cartelloni prima dei titoli di coda ricordano gli ultimi momenti della vita della scrittrice e che, state tranquilli, non ha mai fatto del male a nessuno: ciò che avete visto è tutto frutto dell’immaginazione del regista.

A Talent for Murder è un film volutamente confuso, perché si spaccia di essere profondo e stratificato, pieno di intrecci che vorrebbero dimostrare una certa complessità, risultando solo vuoti orpelli. Dovrebbe essere un discorso sull’arte? Sui fantasmi che i personaggi diventano per i loro scrittori/genitori? Sul doppio che ognuno di noi cova segretamente dentro di sé e che potrebbe da un giorno all’altro saltare fuori? Sull’opportunismo umano? Spero di no. Spero fosse un mero tentativo di intrattenere per poco più di un’ora e quaranta. Tentativo fallito.