Niccolò Falsetti ruota di un altro giro la ghiera del microscopio: da Grosseto passiamo alla provincia della provincia, cioè Albinia. Il suo secondo Caro mondo crudele arriva alla Festa del cinema dopo l’esordio Margini, presentato alla Settimana della Critica nel 2022. Se nel primo, più punk nel dirsi che nel farsi, Falsetti ha raccontato (forse autobiograficamente) un trio, anche musicale, che fa giustamente fatica a diventare adulto, adesso adotta il punto di vista di bambini già grandi, già in mezzo alla mischia e senza protezioni.
Giovanna (Aurora Malianni; figlia di Miche, cioè Francesco Turbanti in Margini) filma con la sua telecamera il rapporto che ha con Mirko (Leonardo Baldoni), tipico di un maschio e di una femmina delle medie: puzzolenti e brufolosi, mangiano schifezze e rappano con le prime parolacce che hanno imparato, si insultano ma è evidente che alleviano a vicenda la propria solitudine. D’un tratto Mirko scompare e nessuno sa, comprende o ammette il perché. Così Giovanna crede che troverà rifugio dai bulli (che la chiamano Giovacca) soltanto nella sua testa, dove va in onda un cartone animato perenne (di Zerocalcare). Nella sua coscienza lei ha le fattezze di una piccola mucca per l’appunto e suo padre Sergio non è morto ma un muscoloso ActionMan che la consiglia. Nessuno si aspetta che Albinia si riveli un luogo misterioso e angusto, anticamera del mondo crudele, in cui alle volte la sofferenza è così insopportabile che continuare a vivere è impossibile.
I giorni passano nell’incasinata vita di questi preadolescenti del 1999, tra brutti voti e prime seghe e primi giri in motorino. Come una sitcom a puntate lentamente e involontariamente si svolge un’indagine. E se su Mirko i dubbi non si chiariranno neanche davanti alla verità più schiacciante, si scoprirà ben altro: i bulli non sono veramente così cattivi e senza cuore (su tutti Il Maglio, interpretata da Tara Trocchia) e gli adulti sono insensibili e bugiardi. Questa netta differenza divide in squadre i personaggi come gli interpreti, difatti il cast dei piccoli batte tremendamente i grandi. Esempio lampante del divario è Francesco Turbanti, che di nuovo firma soggetto e sceneggiatura e qui interpreta il professor Valenti, il classico cliché dell’insegnante amico degli studenti ma che in realtà è semplicemente immaturo. E brutta copia del Miche di Margini, entrambi fissati con la rivalsa oltranzista della provincia.
Quelli di Falsetti sono i primi passi nel cinema eppure la sensazione, al secondo lungometraggio, è quella di assistere all’unione di più immaginari, abbastanza recenti da non cogliere quanto tempo sia passato dalla prima volta in cui si sono intercettati, ma che ormai sono addirittura storicizzati. L'autonarrazione di Zerocalcare e la sua coscienza a forma di armadillo, gli spaghetti supereroi di Mainetti, i fumettosi Manetti Bros., la fuga delle trame italiane da Roma, il ritorno nell’estetica e quindi anche nell’arte degli anni Novanta. Caratteristiche che appartengono all’opera di Falsetti perché, in primis, semplicemente rispecchiano i suoi gusti, dalla musica al cinema. E rispecchiano anche la sua biografia, dato che da Margini collabora con Zerocalcare (che si tira dietro Giancane), le sue prime esperienze di set le ha avute proprio sul Coliandro dei Mainetti e con Roan Johnson (l’esordio attoriale di Turbanti è il suo I primi della lista, 2011).
Sono dati, questi, che ridimensionano film come Caro mondo crudele, inserendoli in un altrettanto filone, in un’ulteriore moda cinematografica: una corrente indipendente, che nasce dalle province appunto, dai posti occupati, dalla cultura underground e che adesso è diventata inevitabilmente maniera. Ma per fortuna la sensazione di maniera non è la sola che lascia la visione di Caro mondo crudele. Seppur gravido e ubriaco di riferimenti, nella sua incompiutezza, nelle tante parentesi che apre e non chiude, è il primo a questa Festa che si guarda senza essere certi di dove andrà a finire. Divertente e caustico come forse solo la cadenza toscana restituisce, indossa sul serio gli occhiali di Giovanna e lo sguardo degli altri preadolescenti protagonisti, che sanno pochissimo ma solo di una cosa sono certi: che la vita è dura e gli adulti non sono d’aiuto. Neanche quando hanno le fattezze di un cartone animato.