Non è difficile immaginare perché Clayface sia stato selezionato tra i primi film del rilancio DC. L'idea di un ritorno a Gotham e a speciali nanocellule in grado di riabilitare un corpo martoriato, deve aver colpito il direttore creativo James Gunn, forse suggestionato da un progetto che, a conti fatti, sembra parlare di lui e dell'incarico assegnatogli da David Zaslav ormai quattro anni fa. Riabilitare su grande schermo il marchio DC, dopo il fallimento del DCEU, assomiglia del resto, ancora oggi, a un'operazione chirurgica ad altissimo rischio. Specie dopo le altisonanti dichiarazioni di Gunn a partire dal novembre 2022, contraddistinte dalla promessa di un nuovo entusiasmante corso all'insegna di un Universo autoriale.
Un cinecomic a tinte horror, pensato per dare freschezza a un contenitore (quello supereroistico) ormai lontano dai fasti di un tempo (salvo per poche, esimie, eccezioni), aveva dunque le carte in regola per regalare qualche importante boccata d'ossigeno. O se non altro sembrava poter dare maggior credito a un programma che, dopo il bellissimo Superman, aveva già mostrato il fianco con il più che deludente Supergirl di Craig Gillespie.
Di nuovo Gotham insomma, la città dell'uomo pipistrello – tornata peraltro al centro del dibattito dopo le ultime news riguardanti il The Batman 2 di Matt Rives. Un set abitato e ri-abitato allo sfinimento. Un set che James Watkins, regista del film, ricostruisce ad uso e consumo del corpo di Tom Rhys Harries. Il suo Matt Hagen, adone della recitazione proveniente dai bassifondi, è un giovane attore in rampa di lancio candidato al premio Oscar. La cui ascesa (e il cui volto) vengono sfigurati da un noto boss della malavita di Gotham (il temibile Markos Szabo). A Matt non rimane che la via della sperimentazione genetica. In bilico tra immaginario, ignoto e vendetta.
Non è chiaro il ruolo che Clayface (il film) possa ritagliarsi nel futuro del nuovo DC Universe. È invece comprensibile ciò che avrebbe voluto essere. Anche perché il racconto della genesi dell’uomo d’argilla, e del potere mutaforma di cui è dotato, sembra aver seminato le premesse narrative dell’opera all’interno della travagliata fase di pre-produzione. Nato a partire da un’idea di Mike Flanagan, dettosi interessato a sviluppare un film sul personaggio già nel 2021, Clayface è infatti stato approvato dai DC Studios solo tre anni più tardi, nel dicembre 2024. A causa poi degli impegni di Flanagan, la regia del film è stata affidata a James Watkins, mentre lo script del regista e sceneggiatore di Salem subiva la riscrittura di Hossein Amini.
Il risultato è un collage di prospettive che ben poco aggiunge ai ritratti dei super-villain distribuiti in sala nel corso degli anni. Un’opera che avrebbe voluto settare un nuovo standard e che invece rimesta tristemente discorsi già affrontati, millanta trasgressione, ma asseconda il gusto comune.
Ci sarebbe piaciuto, a posteriori, poter visionare il film pensato da Flanagan. Interamente scritto e diretto da quello che consideriamo uno dei massimi esponenti dell’horror contemporaneo. Dovremo invece accontentarci di qualche sparuto inserto di valore. Come la sequenza in cui la dottoressa Caitlyn Corr (Naomi Ackie) monitora il sonno di Matt per osservarne le mutazioni corporee; un breve colpo di coda a base di messa in scena e montaggio all’insegna di trauma, sogni e fantasmi della mente.
Ad essere riconoscibili, al contrario, sono i capisaldi della parabola discendente di James Watkins, che dopo il remake di Speak No Evil di un paio d’anni fa, sembra definitivamente aver smarrito la carica nichilista dei suoi primi lavori, dal buon esordio Eden Lake (2008) alla “perversa” sortita televisiva targata Black Mirror (l’episodio Shut Up And Dance nella terza stagione).
Dov’è finita la cattiveria? E che fine ha fatto il tanto decantato body horror? Qui ridotto a semplice pretesto e buona (?) intenzione e svuotato del suo significato più teorico – all’interno di un’opera che, nelle intenzioni del co-CEO Peter Safran, avrebbe dovuto richiamare il capolavoro di Cronenberg La mosca.
Difficile a dirsi. O forse invece no. Perché Clayface, in definitiva, è solo un film mediocre. Un film che galleggia nella sua struttura antiquata. Che offre una visione dell’inferno (interiore ed esteriore) drammaticamente soft. Che inizia e prosegue sui set, ma finisce per subire (e non favorire) ragionamenti meta che possano bucare lo schermo. Un film a cui interessa apparire, superficialmente. Così inebriato dalla possibilità di essere qualsiasi cosa, da rifugiarsi nella consuetudine della media, e del medium.