Sono anni che Laika Studios promuove sul proprio canale YouTube, e non solo, piccoli backstage di Wildwood, presentando con largo anticipo rispetto alla sua uscita gli ambienti, i personaggi e le mani che li animano, caricando minivideo che storicizzano il percorso produttivo ormai ventennale dell’azienda o esplorando l’evoluzione dei costumi da Coraline ad oggi, le tecniche di movimento, o la fabbricazione delle scenografie e dei pupazzi, fino a mostrare l’animazione iper-velocizzata e non conclusa di alcune sequenze complesse abitate da personaggi ricolmi di dettagli (il livello raggiunto in Wildwood dal piumaggio e dai movimenti dell’aquila e del gufo è impareggiabile). Nei filmati sono cruciali gli animatori che si avvicinano e sfiorano le marionette a cui donano pazientemente anima passo dopo passo. Addirittura nel film, mentre la giovane Prue scorrazza in bicicletta per le strade della città con il suo fratellino, scorgiamo il negozietto di un’artigiana e un’insegna che recita «Goditi l’arte fatta a mano, prima che scompaia per sempre». Queste del regista Travis Knight potrebbero apparire come richieste d’indulgenza nel caso il film non rispettasse le aspettative ormai mitizzate, quasi a dire: “anche se il film non è un granché, apprezzatelo perché abbiamo dedicato così tanto tempo e impegno in un mondo disinteressato che sareste scorretti a criticarlo”. Ma non è questo il caso; gli intenti del cineasta, animatore e presidente Laika non sono machiavellici e affabulatori. Guardando il film si coglie, dietro alla volontà di mostrare il percorso e i retroscena produttivi e artistici, valorizzando e (legittimamente) pubblicizzando il gesto del creare e l’amore per l’intuizione visiva, una sconfinata passione e dedizione per il “fare le cose con le mani”, oltreché una vitale, e a mio parere condivisibile, presa di posizione morale nei confronti dell’AI (consiglio la visione del breve video LAIKA’s anti AI approach).

Non si tratta di demonizzare il progresso tecnologico né di opporre ingenuamente la manualità alla generazione automatica, ma di interrogarsi su ciò che accade quando l’immagine viene separata dal processo che la genera; quando viene data per scontata. Uno degli obiettivi di Laika, suppongo, è tutelare le immagini. Non perché siano i paladini dello stop-motion, considerando che il discorso potrebbe coinvolgere anche altre tecniche d’animazione (e non solo), dalla tradizionale, alla vettoriale, al 3D, di cui l’azienda fa ampio e talvolta eccessivo uso, ad esempio in Kubo e la spada magica, sempre di Knight, o proprio in Wildwood, dove però il digitale si integra meglio, ma perché qui tra l’intuizione e il prodotto finito esiste lo spazio per la vita (tra l’altro senza eventuali furti non reinterpretati e prosciugazioni ambientali tipiche dell’AI; ma per non divagare rimaniamo nell’ambito della creatività).

Per questo i pupazzi di Wildwood sono vivi, respirano. Perché in loro scorre la vita. Scorre una magia inspiegabile non meccanica nonostante la loro natura. Amano, soffrono, ridono, si arrabbiano e si commuovono con naturalezza. Prue farebbe di tutto pur di salvare il suo fratellino Mac dalle grinfie di Alexandra. Alexandra che ha perso il proprio figlio per un tragico errore e che ora sacrificherebbe il mondo per fargli esalare un ultimo respiro; per abbracciarlo di nuovo. Nonostante Knight giochi per tutta la durata del film con le iconografie fiabesche, con i corvi oscuri e maligni e l’aquila pura e luminosa, con il gufo coscienzioso, con il simpatico e dolce Curtis, visivamente un piccolo Harry Potter, e il suo topino consigliere, con il bosco arcano, con gli sciocchi e maligni coyote, con l’anziana saggia e il brigante sporco e burbero ma dall’animo buono, non riduce mai la complessità della vita e dell’animo umano. E lo si avverte soprattutto in Alexandra, appunto, che non releghiamo al ruolo di malvagia egoista, perché riusciamo a sentire sulla pelle il suo strazio reale; serrandosi la gola per non lasciarsi al pianto dopo aver ascoltato la sua storia. Prima ancora, gli sguardi sofferenti benché speranzosi del padre e della madre di Prue e Mac, quando un figlio lo desideravano più di qualsiasi altra cosa. Poi i sacrifici, la casa abitata, il proprio spazio idilliaco nel mondo e l’enorme paura di perderlo. E questo perché Wildwood è in primo luogo un film sulla famiglia, sulla sua possibile disgregazione, sull’intrinseca paura genitoriale di perdere un figlio, oltreché sul rapporto tra fratello e sorella.

E la foresta?

I rumori fisici degli alberi che cigolano nel silenzio della notte. Gli irripetibili giochi della luce filtrata dalle fronde di giorno. Una foresta rigogliosa che avvolge un’abbondanza di ambientazioni incantevoli e ammalianti che nutrono la nostra fanciullesca curiosità e voglia di scoperta. La ricerca di Prue, l’esterna come viene chiamata dagli abitanti del bosco magico in cui non sarebbe potuta entrare, va oltre il proprio sé, estendendosi ad una tutela ambientale anticipata fin dall’inizio del film da sua madre: «Annaffia le piante [Prue]. Anche le piante sono persone». Se Alexandra raggiungesse il suo scopo, l’edera feroce e affamata cancellerà tutto. Così i “buoni” si organizzano per resistere ai “cattivi”, per salvare Mac e quindi per proteggere il bosco (la vita), confluendo in uno scontro tanto spettacolare visivamente quanto tragico. Una guerra inaspettatamente esplicita, cattiva e sanguinosa, dove diviene erroneo dare per scontata la vittoria o la vita dei personaggi a cui ci si è affezionati (ma ciò vale, in realtà, per l’intera narrazione).

Dubito di essere riuscito a restituire con le mie parole la magia, l’epica e il senso e la fascinazione per l’avventura che si esperiscono guardando il film, ma che vi assicuro traspaiono in ogni sua inquadratura. Poco importa se è, forse, lievemente sbrigativo nella risoluzione di alcuni intrecci narrativi, nonostante la sua durata di due ore e dodici minuti. Perché Wildwood è un atteso gesto di cura per le immagini e per il come si desidera raccontare o tramandare una fiaba. Dopo i bellissimi titoli di coda viene offerto un altro breve backstage, simile a quelli visti su YouTube. Poi una scritta che sottolinea per l’ultima volta la manualità con cui è stato concretizzato il film. Mani che giocano (ricordiamo che Travis Knight ha diretto anche il live action di Masters of the Universe, linea di giocattoli Mattel. E i giocattoli vivono grazie a mani e fantasia). Mani che con cura creano la vita, ancora una volta; sperando che possano farlo di nuovo e per sempre.