Bentornati al Biennaltour vol.2, vi stavamo aspettando! Ci auguriamo che la visita precedente sia stata di vostro gradimento, se non fisicamente, quantomeno nel vostro immaginario. Dopo aver attraversato l’Arsenale, quest’oggi varcheremo le porte dei Giardini: spazi incantevoli nei quali dialogano armoniosamente elementi vegetali e padiglioni nazionali tra profumi umidi e salini. Ogni architetto, ogni artista si è posto il problema – ed ha cercato ardentemente di affrontarlo – di esternare al meglio l’individualismo di ogni singolo paese nominato e fuso nelle singole strutture edilizie. Ma cos’è l’individualità? Come si può esprimere attraverso l’architettura? Cosa e quali sono le caratteristiche che racchiudono in un macro-gruppo una comunità sociale?

Per un paio d’ore, o forse anche di più, nei Giardini si ha la preziosa occasione di fare il giro del mondo notando le sue diverse sfaccettature, i suoi volti, le sue battaglie e le sue ferite. Si potrà ricordare “casa” guardando costruzioni dismesse passando per l’India; si potrà essere coccolati tra i tessuti e i colori marocchini; si potrà diventare genitori e accudire “bambini” in Giappone; si potrà sudare negli ambienti canadesi e nel momento del bisogno si potranno tranquillamente liberare le proprie vesciche in fondo in Austria.

Dunque, ecco come le identità dei singoli padiglioni, così, si fondono con l’esperienza diretta dei fruitori, rendendo manifesta la singolarità universale. 

Vol. 2

Dopo aver attraversato Venezia, si giunge finalmente ai Giardini, un enorme ambiente che definisce e delimita gli spazi dei vari padiglioni nazionali. All’interno del Biennaltour, risulta evidente il bisogno di determinare con confini soffusi le identità culturali ed antropologiche di ogni popolazione – non dello Stato! – di riferimento. Oramai sarà chiaro che la battaglia sull’uguaglianza è stata il tentativo (riuscito) per un modus vivendi globale ed uniforme. Trattare le proprie origini, in questo contesto, diviene un’ottima risposta per indicare la propria posizione culturale a riguardo. I grandi monarchi come Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna ed Italia sono risultati mediocri rispetto a quelle culture che ancora ricordano chi è la loro madre. E nel momento in cui avviene una piattezza culturale e ideologica, l’unico linguaggio che emerge è sempre il formalismo. Si vuole in ogni caso specificare che non vi è alcuna critica dei singoli artisti dei padiglioni sopra citati; tuttavia, se messi a confronto con Padiglioni come India, Ungheria e Canada perdono apparentemente forza e pensiero. 

Per comprendere meglio tale concetto, si potrebbe considerare il rapporto tra differenti padiglioni in base alle tematiche prese in considerazione, come nel caso del Padiglione Italia curato da Cecilia Canzani con il progetto Con te con tutto di Chiara Camoni riguardo la ricerca incentrata sul naturale, ed espressa in chiave formalista con varie sculture antropiche in terracotta. Si può da subito notare, entrando nel padiglione, una fredda e distaccata connessione, sintomo di una ricerca fine a sé stessa. Il tema principale, la natura, è circoscritto e racchiuso nelle siluette delle sculture. Il dialogo tra un’ opera e l’altra sembra fermarsi ad un freddo rapporto 1:1, ed in questo scambio il fruitore resta distante, fino a retrocedere allo status di spettatore.

Padiglione Italia, Con te tutto, a cura di Cecilia Canziani – Arsenale 

Al contrario di quanto non avvenga nel padiglione Canada. Con Entre chien et loup di Abbas Akhavan, infatti, viene attuata una ricerca che letteralmente passa attraverso i pori della pelle. L'intero progetto è stato commissionato dalla National Gallery of Canada, con il supporto della Royal Botanic Gardens di Kew e l’orto botanico di Padova. Ricreando il giardino vittoriano del 1851 che ospitava le sue ninfee (del Royal Botanic Gardens), il fruitore viene trasportato in una dinamica simile al Paese di appartenenza, il Canada, tramite una condizione naturale estrema ricreata all’interno della serra. L’aria rarefatta e l’umidità alta portano il corpo in uno stato di adattamento, e l’identità canadese è rappresentativa in questo rapporto, laddove è l’uomo a doversi adattare all’ambiente circostante, e non viceversa. Il tema è pressoché identico nel padiglione italiano e candese, tuttavia, nel confronto ne esce superato il primo, che dinanzi ad una ricerca contemporanea attua ad una percezione del tema attraverso un’esperienza attiva, ma sbiadisce e si disperde nei meandri mnemonici. Questo tipo di innovazione è già ben nota nel mondo contemporaneo ed il Canada, pur essendo un padiglione attivo per la sua particolarità progettuale, richiama il modus operandi dell’artista Olafur Elliason con il progetto Life nel 2021. 

Padiglione Canada, Entre chien et loup, a cura di Kim Nguyen – Giardini

Un ulteriore esempio potrebbe essere il dialogo tra il padiglione Gran Bretagna con la mostra Practing History: testing Traslation di Lubania Himid e curato da Ese Ongera e il Padiglione India con il progetto Geographies of Distance: Remembering Home a cura di Amin Jaffer e con le installazioni di Alwar Balasubramaniam, Sumakshi Singh, Ranjani Shettar, Asim Waqif, Skarma Sonam Tashi. Nel primo caso avviene un racconto per immagini, un teatro che vuole trattare il concetto di abitazione come luogo dove restare o partire, un “abitare” in un mutamento immobile dettato dai supporti pittorici. Al contrario, per l’India tale cambiamento è un modo per ricordare quei luoghi che l’edificazione di massa sta cancellando giorno dopo giorno: una casa, quella per gli artisti coinvolti nel padiglione India, che sta sparendo ed è doveroso ricordarla con un tributo. Si viene avvolti, così, in strutture di bambù che ricordano le impalcature edili come nella “casa” di Alwar Balasubramaniam, nelle rovine filamentose, trasparenti, aeree di Sumakshi Singh o nell'installazione delle “case-box” di Skarma Sonam Tashi. Tali differenze creano un disequilibrio in termini sia concettuali che pratici, tra culture che comprendono cosa è importante evidenziare nel 2026.

Si giunge nel Padiglione Stati Uniti con Call me the breeze di Alma Allen e curato da Jeffrey Uslip: il Paese delle stelle e strisce è riuscito a riempire con sculture barocche e sgargianti uno spazio che a conti fatti passa completamente inosservato. Si invitano gentilmente gli Stati Uniti a prendere spunto e ripartire dalla professionalità e arguta sensibilità dimostrata dal padiglione Egitto. Una madre, una tradizione millenaria pienamente omaggiata dalla sua esposizione. 

Armen Agop cura una mostra tra le più rilevanti all’interno del Giardino nell’ambito scultoreo. Il granito egizio viene completamente rinnovato dalla tradizione ed esaltato tramite una lettura del tutto innovativa. Le sculture, che fungono da perno materico, divengono fulcro di energie impercettibili emesse dai fruitori, che interagiscono con esse. Lo stesso padiglione sintetizza e sussurra dolcemente i segreti della scultura contemporanea: «la chiamano arte visiva, ma credo che riguardi soprattutto l’invisibile. La nostra interiorità è intangibile, ma ci tocca profondamente … sperimentiamo l’invisibile dentro di noi. L’invisibile nell’arte raggiunge l’invisibile dentro di noi».

Padiglione Stati Uniti, Alma Allen: Call Me Breeze, a cura di Jeffrey Uslip – Giardini

«Credo che il granito sia emerso dal cuore della terra per una ragione, e forse quella ragione è essere toccato da te. Ciò che tocchiamo, ci tocca», si legge nella didascalia in sala. È tale tangibilità il comune denominatore del mondo arabo, così come il tentativo concreto di ripresentare le proprie radici e tradizioni.

Padiglione Egitto, Silence Pavillon: Between the Tangible and the Intangible, a cura di Armen Agop – Giardini

Il Marocco esprime il meglio di sé tramite una rappresentazione tutta al femminile, Asǝṭṭa. Curata da Meriem Berrada con l’artista Amina Agueznay e le sapienti mani della maestra tessile Bahija El Hafidi, l’esposizione ha intenti ben chiari. Un dichiarato tributo alle tradizioni femminili plurisecolari trasmesse tramite l’arte tessile. Ne risulta una perfetta operazione site specific, il dialogo tra spazio e i morbidi tessuti armonizza l’ambiente e distende il fruitore grazie a sedute sparse nella sala.

Padiglione Marocco, Asǝṭṭa, a cura di Meriem Berrada – Arsenale

Di diverso calibro l’allestimento compiuto dal curatore Haitham Al Busafi per il padiglione dell’Oman. Zīnah rievoca tramite elementi come sabbia del deserto e gioielli d’argento tipici della cavalleria un suggestivo e ipnotico ambiente, l’invito dello stesso curatore è «cammina lentamente, ascolta» i piccoli ma assonanti rumori creati dall’argento posto al di sopra dello spettatore.

Padiglione Oman, Zīnah, a cura di Haitham al Busafi – Arsenale

La tangibilità araba si può ritrovare, in ogni caso, anche nel padiglione Ungheria, un padiglione lento, quasi timido che tuttavia, esplode nella sua gentilezza con silenzio acuto. Con la mostra pneuma cosmic di Endre Koronczi e curata da Luca Cserhalmi, l’Ungheria grida con ultrasuoni la sua presenza. 

Continuando questo elenco di exploit internazionali non si può ignorare sia l'installazione che il notevole allestimento del padiglione Spagna, con il progetto Los restos dell’artista Oriol Villanova a cura di Carles Guerra. Un lavoro già maggiorenne vista la sua realizzazione durata più di due decenni: una catalogazione d’archivio di una serie di cartoline scovate negli angoli dei mercati dell’usato più disparati. L’allestimento rievoca pienamente la frenetica ricerca, condizionata da una sete profonda di memorie da tenere ancora a galla. Il tono cromatico che armonizza tutto l’ambiente, inoltre, rende il lavoro incredibilmente preciso nel minimo dettaglio. Oltre la frenesia e la maniacalità del lavoro, dunque, si ritrova un perfezionismo che rende il metodo vera e propria presentazione di un passato e un mondo tramandato via lettere e non via e-mail.

Padiglione Spagna, Los restos, a cura di Carles Guerra – Giardini

Un padiglione su tutti entrerà di diritto nei libri di storia dell’arte per il connubio di identità, continuità di tradizione artistica ed innovazione, un padiglione che stravolge il concetto di critica e sperimentalismo. Stiamo parlando ovviamente del padiglione Austria. Coordinato dalla viennese Florentina Holzinger, figlia ed erede della tradizione performativa austriaca quale l’azionismo viennese, radicale e a sua volta rinnovatrice, proietta il padiglione austriaco, Seaworld Venice, in un futuro distopico ma più tangibile che mai. 

«L’(eco)sistema è fuori controllo. Inondazioni causate dall’uomo, vite vissute nei rifiuti degli altri, infernali segugi robotici che guidano verso il futuro. I rituali si rivelano necessari – non per purificare ma per confrontarsi con la realtà – ed è per questo che la sporcizia deve essere evocata». 

La campana suona, l’inizio del miglior futuro possibile ci apre le porte. Un padiglione che si fa carico della stessa città che la ospita, che sprofonda nelle acque, ogni singolo muscolo delle performer esplode di pathos nelle loro “attività quotidiane” per sopravvivere ad una alluvione totale. Tubi e marchingegni di acque reflue si spaccano sotto gli occhi degli spettatori, le gesta disperate di salvare il salvabile non bastano, così le performer si ritrovano ad essere sommerse letteralmente da piscio, donatogli gentilmente dal fruitore che può finalmente liberarsi dello stress visivo appena subito, accogliere i rifiuti ed essere sommersi da essi; l’acqua non è più purificatrice ma anzi misuratrice di quanto il mondo è prossimo alla fine.

Padiglione Austria, Seaworld Venice, a cura di Nora-Swantje Almes – Giardini

Ed ora che siamo pieni di meravigliose speranze per il miglior futuro possibile e liberi come le nostre vesciche, possiamo goderci il nostro buon drink ammirando il tramonto di una Venezia turistificata al limite dello stremo. Il Biennaltour 2026 rispecchia quindi pienamente uno standard che oramai è presente nella quotidianità. 

L’identità ci ricorda ad essere chi siamo, e probabilmente è questa stessa domanda che blocca e ostacola le nostre vite, le nostre scelte. La risposta è difficile da fornire poiché la domanda non è, di certo, stata formulata quest’oggi; già in Manifesta7 o nel padiglione belga della 56esima Biennale d’Arte (Personne et les autres) si dibatteva a riguardo.

È, dunque, così facile ricordare e/o riattivare una memoria che sempre di più, giorno per giorno, diviene un’immagine ingiallita ed offuscata dal tempo? Mantenere una solidità, dedicare tempo e cure ai propri basamenti culturali che accomunano una modalità di pensiero antropologicamente comune crea distinzioni, barriere? O diviene la benzina che attiva il motore delle analogie e delle differenze, la scintilla alla base dell’universalità?

Per quanto l’idea comune dell’uguaglianza oramai è sfociata in una piattezza culturale che ha reso arido e sterile il terreno della curiosità e del viaggiatore, è necessario nel 2026 dare voce alle proprie macchie, alle storie, alle terre, alle tradizioni che stanno invecchiando insieme alle generazioni dei nostri nonni.

Nell’arte il messaggio è chiaro, ma nella vita comune?

Illustrazione di Giovanni Venditti