Eventificazione e turismo. Come tenere traccia del cambiamento della città – Intervista a Maria Fiano per Ocio Venezia

di Pompeo Angelucci e Edoardo Marchetti

Per noi di Querelle Venezia è una città importante. La viviamo, almeno in parte, durante il Festival del cinema, quando il Lido diventa per poco più di una settimana un luogo familiare in cui tornare. Parlandone tra noi e confrontandoci ogni anno con vaporetti strapieni, moto ondoso, appartamenti dai prezzi esorbitanti e un affollamento che va ben oltre il richiamo del Festival, ci è sembrato doveroso problematizzare la nostra presenza in un luogo che amiamo profondamente.

Venezia sembra essere raccontata soprattutto attraverso i grandi eventi della Biennale, mentre più raramente lo sguardo si posa su chi continua ad abitarla e sui cambiamenti che ne modificano il tessuto sociale – di cui non possiamo avere una conoscenza diretta, essendo noi presenze temporanee. Per questo motivo abbiamo deciso di contattare Ocio Venezia (ocio, in veneziano “occhio”), un osservatorio civico indipendente dedicato alla casa e all’abitare, che monitora le trasformazioni urbane attraverso la raccolta di dati, rendendoli leggibili e accessibili a cittadini, ricercatori e istituzioni.

Abbiamo incontrato Maria Fiano, attivista e componente di Ocio Venezia, per capire come è nato l’osservatorio, quale ruolo possano avere i dati nell’attivismo e quali conseguenze producano la crescita delle locazioni turistiche e dei grandi eventi culturali sulla vita quotidiana della città. Affronteremo temi quali la progressiva trasformazione degli spazi pubblici, la scomparsa dei luoghi di vicinato fino al rapporto tra arte, politica e diritto all’abitare. Questa conversazione vuole raccontare Venezia non solo come una destinazione, ma come una città che conserva e che vuole rivendicare una propria identità e una propria vita interna.


Per iniziare, ci racconti quando, come e perché è nato Ocio Venezia e qual è il tuo ruolo all’interno dell’osservatorio?

Ocio nasce intorno al 2019 come collettivo assolutamente informale. Noi non siamo un’associazione riconosciuta. Durante quell’anno ci furono una serie di mobilitazioni: dall’occupazione de La Vida, uno spazio al Campo San Giacomo dall’Orio, che adesso è un ristorante, a quelle di Poveglia, che invece sono andate molto meglio perché si sono concluse con una vittoria. Ocio nasce da una riflessione sulla vendita del patrimonio pubblico e sulla progressiva erosione delle funzioni civiche della città. Ci siamo interrogati su quanto il tema “casa” fosse importante per Venezia e su quanto fosse necessario ricominciare a parlarne. Ma ci siamo accorti che, fatta eccezione per pochi dati che venivano ripetuti dai media, noi non avevamo una reale cognizione dei numeri, della portata del fenomeno e soprattutto delle trasformazioni avvenute nell’ambito della casa e dell’abitare a Venezia, in particolare nella città insulare.

Quindi abbiamo deciso di fare una serie di incontri di autoformazione e di provare a lavorare sul significato della parola “casa” a Venezia, cercando di capire quali fossero le questioni abitative più urgenti. Alla fine di questo ciclo di incontri, un gruppo di lavoro ha pensato: “Perché non ricostituiamo, in una forma molto più spontanea rispetto a quella esistente fino al 2012, un osservatorio civico sulla casa che possa registrare le trasformazioni?” (si fa riferimento all’Osservatorio Casa del Comune di Venezia, chiuso nel 2012; se ne parla nella sezione chi siamo sul sito di Ocio Venezia; ndr).

Quindi siamo nati così. Siamo un gruppo assolutamente informale, composto da persone con competenze diversificate. Io, in realtà, vengo dall’attivismo militante, però ci sono anche persone che lavorano sui dati, sull’urbanistica, che lavorano con il diritto e la giurisprudenza. Quindi le competenze sono abbastanza variegate. Ma per far parte di Ocio, basta avere la voglia e l’occhio per guardare la città.

A proposito del carattere militante, leggendo i report sul vostro sito abbiamo notato che siete molto presenti anche attraverso eventi dal vivo e iniziative sul territorio, con l’obiettivo di mantenere un rapporto saldo con la cittadinanza. Ci sembra che questo sia uno degli obiettivi fondanti del vostro lavoro: oltre alla produzione di dati, c’è infatti anche l’impegno a costruire un rapporto diretto con chi vive la città. Come vivete tutto questo? Sentite di ricevere sostegno o, al contrario, di incontrare resistenze? Come descriveresti il vostro rapporto con i residenti?

Abbiamo sempre cercato di rendere i dati, i numeri e le analisi “più scientifiche” agibili e fruibili, perché questo era uno degli obiettivi fin dall’inizio. Su Venezia è molto difficile parlare di casa partendo da dati certi perché i dati o non ci sono o vengono pubblicati in modo aggregato e non si riesce a lavorarci. Allo stesso tempo, ci siamo chiesti come renderli il più possibile comprensibili e utilizzabili, con un lavoro di trasparenza che possa servire sia a chi fa informazione sia a chi ci lavora. Penso, ad esempio, agli altri comitati, ai consiglieri che lavorano nelle istituzioni cittadine, ma anche agli abitanti vecchi e nuovi.

Per questo abbiamo provato a organizzare delle camminate, che noi chiamiamo camminate urbane di appropriazione dellabitare. Abbiamo cominciato andando sestiere per sestiere, cercando di fare uno sforzo di approfondimento, nel dettaglio, di un pezzo di città alla volta, concentrandoci soprattutto sulle locazioni brevi turistiche e sullo stato di abbandono dell’edilizia popolare pubblica, lavorando quindi sui grandi temi dell’abitare. Tutto questo ci è servito per fare un lavoro di studio e di analisi direttamente sul territorio, andando nei quartieri e cercando, attraverso gli abitanti, di raccogliere anche informazioni che i dati ufficiali non restituiscono.

Per esempio, moltissimi approfondimenti sullo stato dello sfitto pubblico vengono dalle testimonianze degli abitanti, di chi vive quei luoghi e nota cose nuove: “Quello è chiuso da tre anni; quello lì che ci abitava è morto da due e l’alloggio non è stato ancora riassegnato”, e così via. Insomma, costruire una sorta di dialogo con chi abita la città. Noi tentiamo di restituire quanto abbiamo studiato, ma allo stesso tempo di arricchirlo con quello che viene dalla popolazione, dagli abitanti. Questo per renderci tutti più consapevoli: noi lavorando sul campo e allo stesso tempo chi vive e attraversa la città. È anche un importante lavoro di testimonianza civica, di memoria collettiva, di conservazione di ciò che crediamo sia importante.

Da cinque anni seguiamo la Mostra del cinema e a un certo punto ci siamo posti una domanda. Vedendo una città così unica, ma anche così fragile e in bilico, abbiamo pensato che forse partecipare a questi grandi eventi culturali ci renda parte del problema. Qual è il vostro punto di vista?

Sul processo di turistificazione della città e sul fatto che in qualche misura ci sentiamo tutti parte del problema, sì, ovviamente lo siamo. Ma allo stesso tempo non vorrei che ci dicessimo: “Non muoviamoci più, non andiamo più da nessuna parte”, perché la libertà di movimento va mantenuta. Detto questo, è evidente che i flussi legati ai grandi eventi abbiano un impatto sulla città. Noi avevamo fatto uno studio molto specifico (ci si riferisce all’analisi del 2023: Biennale, grandi eventi e il loro impatto sulla residenzialità, poi aggiornata nel 2025 con Una sentenza storica; ndr). Nel 2023, con l’approvazione del cosiddetto emendamento Pellicani, si parlava della regolamentazione delle locazioni brevi turistiche e del fatto che siamo l’unica città che può farlo, ma anche l’unica città che non l’ha fatto. Uno dei punti di questo regolamento riguardava il cosiddetto time cut, cioè l’introduzione di una soglia massima di 120 giorni all’anno di pernottamento per le locazioni brevi turistiche. Noi ci siamo chiesti: funzionerebbe davvero? Avrebbe senso? Come potrebbe essere applicato? 

Quindi abbiamo fatto un esercizio, grazie ad Alice Corona – che io cito sempre perché è lei che ci aiuta con l’analisi dei dati –, per vedere quanto aumentano i prezzi in occasione dei grandi eventi. E questo non succede solo a Venezia: l’eventificazione delle città è un fenomeno sempre più forte, basta pensare alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Ci siamo chiesti, dunque, quanto crescano i prezzi e quanto ciò impatti sulle città. Sull’abitare tantissimo, perché se in una settimana di Mostra del cinema guadagni quanto tre mesi di affitto tradizionale, è evidente che non farai mai un contratto a lungo termine.

Ma il problema non riguarda soltanto la casa, ma l’abitare nel suo complesso. La biennalizzazione di via Garibaldi, a Castello, è evidente: molte attività si sono trasformate in bar perché è molto più remunerativo rispetto a fare altro. L’eventificazione produce questo effetto. Una sorta di biennalizzazione permanente. La Biennale, soprattutto in quest’area, durante i sei-sette mesi della sua durata, trasforma profondamente lo spazio pubblico, incidendo sulla casa, sull’abitare e sull’economia locale.

Sicuramente emerge anche una certa tensione tra il desiderio di partecipare a eventi culturalmente validi e il rischio di trovarsi dentro un ecosistema così fragile. Secondo noi è proprio su questo che è necessario riflettere.

Assolutamente, è un tema su cui bisogna continuare a pensare. Poi non è che ci sono tantissime soluzioni, io frequento Biennale Cinema e Biennale Arte. Certo, mi sento più leggera abitando a Venezia, però anch’io usufruisco di quella cosa lì, e lo faccio con piacere. Sono momenti culturalmente essenziali, alti, di confronto. Però la questione rimane.

E probabilmente la risposta non sta nella nostra scelta, del singolo individuo, ma dovrebbe essere una risposta politica, cioè: “Come si riesce a mantenere un equilibrio tra la città abitata, la città evento e la città turistica?”. Perché è proprio attraverso un equilibrio che le cose riescono a reggersi: più la città è abitata, più riesce a far fronte anche a un impatto turistico di questo tipo.

Se invece la città diventa solo il luogo degli eventi, soltanto il luogo del turismo, allora rischia di perdere la propria natura di città. Però, ripeto, non credo che questo debba essere affidato al singolo individuo; credo sia un ragionamento politico, che deve essere affrontato dalle istituzioni, le quali devono assumersi la responsabilità di mantenere la città viva e abitata.

Dato che abbiamo parlato del mondo dell’arte, noi pensiamo che sarebbe interessante ragionare su come questa crisi venga rappresentata. Al padiglione austriaco di quest’anno, per esempio, c’è una mostra, SeaWorld Venice che affronta proprio questo tema. Ma al di là del mondo dell’arte esistono anche altre forme di rappresentazione della crisi, come per esempio i movimenti di protesta di Extinction Rebellion. Queste forme d’espressione e queste azioni possono smuovere qualcosa? Come interpreti tale rappresentazione culturale della crisi? Che idea ti sei fatta?

Noi abbiamo collaborato con il padiglione austriaco nel 2023 per la Biennale Architettura, ragionando sulla trasformazione e sulla biennalizzazione degli spazi in città (ndr: Il Padiglione Austria 2023 voleva dividere in due l’edificio e aprire un varco regalando metà della propria superficie ai cittadini di Venezia come spazio pubblico gratuito. Bloccato dai molteplici rifiuti della Biennale, il padiglione ha esposto quello stesso fallimento. Per leggere l’idea e le vicende che hanno coinvolto il progetto vi rimandiamo al seguente link).

È stato molto interessante notare come l’arte o l’architettura ragionino sulla crisi. È qualcosa di assolutamente positivo, perché anche qui gli spazi, in qualche modo, vengono attraversati come luoghi di riflessione. Tra l’altro per quel padiglione ci furono una serie di contrasti con la Biennale stessa perché loro avevano messo in atto una provocazione: c’era una porticina chiusa che avrebbe potuto dare accesso al quartiere di Sant’Elena, e gli artisti del padiglione volevano mantenere una parte di quello spazio aperta al pubblico per discussioni ed eventi gratuiti. Ovviamente la direzione della Biennale disse di no, e quindi si pensò di costruire un ponte e passare da sopra. La Biennale rifiutò ancora, e loro risposero realizzando un ponte mozzato, dicendo sostanzialmente: “La Biennale ci ha impedito di fare il resto!”. È stato un gesto estremamente forte e impattante, perché è stata una delle prime richieste di apertura del padiglione anche a chi non pagava il biglietto, a chi stava al di là della parte economica.

Per quanto riguarda la protesta nei canali, c’è stato un precedente nel 1968, anche qui con le contestazioni alla Biennale. Dunque, quanto la rappresentazione della crisi può diventare anche un atto di performance? Io non so quale sia il limite. Bisogna interrogarsi, bisogna fare in modo di non diventare soltanto parte di una rappresentazione, ma che quell’azione o quella iniziativa abbiano senso – e questo dipende dai curatori, dagli artisti o dai movimenti che fanno attivismo. Non può esserci un giudizio definitivo. Dipende tutto dal contesto, dagli obiettivi e, molte volte, da quello che si vuole comunicare. Un gesto può essere anche semplicemente simbolico ed essere comunque molto forte; un gesto può rappresentare la rottura di qualcosa ed essere assolutamente valido. La domanda è: cosa vogliamo dire e su cosa stiamo ragionando? Ovviamente il punto sta nella franchezza delle intenzioni, nella non ambiguità. Questo sì, è fondamentale.

Tra i vostri articoli, uno di quelli che più ci ha colpito è Fenomenologia della locazione turistica breve, in cui raccontate la trasformazione degli alberghi che acquisiscono altri immobili in giro per la città. È proprio una sorta di cambiamento morfologico. C’è una dislocazione delle unità abitative, che però rimangono comunque nelle mani di pochi. A cosa porta questo cambiamento, dal vostro punto di vista?

Cambia completamente il senso della città, e soprattutto dell’abitare. Da una parte ci sono interi edifici che, secondo i dati catastali della città, sono identificati ad uso residenziale ma che in realtà vengono trasformati in appartamenti turistici. Si parla di interi palazzi trasformati in hotel senza passare attraverso tutte le attivazioni necessarie, burocratiche e amministrative, che renderebbero formalmente quelle strutture degli hotel. 

Dall’altra parte c’è una disseminazione di piccole unità ricettive all’interno dei condomini, con implicazioni anche sul modo di “sentirsi a casa”, sul rapporto con i vicini, sulla possibilità di condividere problemi quotidiani e sulla sensazione di solitudine che deriva dallo svuotamento di interi edifici. Perché questi edifici restano abitati, ma da visitatori temporanei, persone che sono in vacanza e trattano quel palazzo e il vicinato come, appunto, se fossero in vacanza, come un soggiorno temporaneo. Mentre il resto del vicinato, invece, non lo è. E questo accade in una città come Venezia che si sta spopolando, ma non è una dinamica comune per tutti i centri storici italiani. Penso, per esempio, a quando abbiamo lavorato insieme ad altre città su questi temi: a Napoli accade il contrario, perché il centro storico è estremamente abitato rispetto alla città storica e al centro di Venezia.

Ecco, questo svuotamento dei palazzi e degli edifici porta con sé un senso di vuoto abitativo, di isolamento, dovuto anche al fatto che viene meno la possibilità di costruire relazioni di vicinato. Poi ci sono naturalmente conseguenze sui costi. Però l’idea – e queste sono questioni più materiali – è proprio che alla fine si perdano i vicinati, si perda il quartiere e, piano piano, si perda la città. Si può avere un quartiere di residenti registrati all’anagrafe, per fare un esempio, con due posti letto turistici, ma che poi ne ha oltre il triplo. È evidente che non è più un quartiere, che non ci sarà più nessun negozio di vicinato, che non ci sarà più qualcuno con cui parlare. Cambiano i prezzi, cambiano i costi e cambia soprattutto l’idea della città, della socialità, del vivere insieme.

L’impressione che abbiamo avuto, informandoci e anche parlando con te, è quella di assistere a una perdita di coordinate. Prima esisteva l’albergo e quello era il luogo destinato a una funzione specifica. Oggi invece questa distinzione sembra venire meno. Lo stesso accade con i poli culturali e i centri di aggregazione: sembra esserci una perdita di riconoscibilità dei luoghi.

All’inizio vi parlavo di questa occupazione nata a San Giacomo dall’Orio: c’era questo spazio, uno spazio pubblico della regione, che poi è stato venduto, creando anche, diciamo così, le condizioni per fare un albergo. Noi stavamo portando avanti una battaglia forte, ma evidentemente, quando non c’è una volontà politica di frenare quel processo, ecco che a Campo San Giacomo si apre l’ennesimo ristorante. Quindi c’è un’erosione dello spazio e una trasformazione dell’assetto ricettivo. Si parla di perdita di coordinate, come dicono molti. 

C’è una definizione che devo dire non mi piace molto: “Il campo dei bambini, il campo ancora popolare”. È un po’ triste quando si dice: “Ancora ci giocano i bambini”, perché significa che forse abbiamo già perso tutto il resto. Ed è vero, perché ci sono moltissime persone che ancora ci abitano, ma che iniziano comunque a perdere anche solo un pezzettino di piazza, un pezzettino di spazio riconosciuto e condiviso.

Una cosa molto forte che notai durante l’occupazione di quartieri, fu che appena entrarono i bambini dissero: “Noi vogliamo la ludoteca”. E così si è costruita la ludoteca. Ecco, quando si perde la ludoteca, si perde la piazza, si perde il negozio di alimentari, il negozio di scarpe. La città si trasforma in un’altra cosa, o forse in una non-cosa. È evidente che perdiamo proprio l’idea e il piacere di viverci. Poi probabilmente, in un secondo momento, perderemo anche il piacere di visitarla, perché ci si rende conto che ciò che è finto piace meno. Però sicuramente perdiamo il piacere di viverci, diventando molto stancante. Noi diciamo sempre che, dove c’è lo spopolamento, i vuoti lasciati vengono riempiti, per causa ed effetto, dal turismo. E questo, in qualche modo, continua a rendere la città più fragile e più sconfitta. Però questa deriva non è una tendenza inevitabile; c’è la possibilità di fermarla, se c’è la volontà politica di farlo.

Illustrazione di Diego Bodenza

Querelle consiglia - L'arte viva di Julian Schnabel, di Pappi Corsicato

di Pompeo Angelucci

Quella di Julian Schnabel è una vita interamente volta all’esigenza espressiva. Sin da bambino disegna e dipinge, studia arte anche attraverso delle lezioni private; durante l’adolescenza questa vena creativa non si spegne, nemmeno dopo il trasferimento a Brownsville da New York. Anzi. La sua è una voglia inesauribile di creare, dire, rappresentare e surfare. Ed è lampante a tutti coloro che lo conoscono da prima del successo globale che lui sarà in grado di fare grandi cose: grandi opere d’arte. Insomma, Julian Schnabel è in tutto e per tutto predestinato a scalare l’olimpo dei grandi artisti della contemporaneità. Adotta inizialmente la pittura, anche se ben presto emerge con forza l’accostamento materico col supporto che adotta – per una sua opera sceglie di farsi donare le tende sbiadite dal sole del comune di Bologna; preferendole alle chiavi della città che l’amministrazione voleva assegnargli. C’è più storia lì che in un vuoto riconoscimento, dice nel documentario che Pappi Corsicato gira tra il 2014 e il 2017.

L’arte viva di Julian Schnabel è un documentario d’artista RAI a trecentosessanta gradi: segue la vita del suo protagonista ed è precisissimo nel farlo. Scaletta ogni evoluzione sul piano teorico e pratico con dovizia di particolari, soprattutto grazie alla testimonianza diretta delle figlie e del figlio, delle ex e attuali compagne, dei colleghi più cari. Willem Dafoe, Al Pacino, Jeff Koons. La forma è, tutto sommato, classicheggiante. Non è un documentario dal quale aspettarsi grandi balzi linguistici – a differenza dei film di finzione di Pappi Corsicato, regista partenopeo appartenente alla classe innovatrice dei Vesuviani. Quello che restituisce il documentario però è una ispirazione incontrollata. Perché Schnabel è effettivamente un innovatore, in grado di superare le barriere delle competenze specifiche e abilissimo nell'approcciarsi a nuovi mezzi espressivi. 

Nello specifico: il cinema. La svolta vera in L’arte vive di Julian Schnabel infatti avviene proprio quando ci si rende conto che questo è un documentario su un grande regista. Amatissimo dai festival, già con l’esordio Basquiat (1996, in Concorso a Venezia) e con Prima che sia notte (2000, Leone d’Argento e candidatura agli Oscar per Javier Bardem) dimostra di saper padroneggiare l’immagine e le storie in modo indiscutibilmente unico. 

Certo, non posso non citare l’ultimo, sfortunato e osteggiato adattamento La mano di Dante del 2025; io e Matteo lo vedemmo proprio alla scorsa Mostra del Cinema e ogni tanto ancora ne ridiamo, pensando al buio narratologico in cui il film precipita sequenza dopo sequenza.