Il modo in cui un corpo abita lo spazio dell’inquadratura può dire molto di un film. A partire dal suo genere di appartenenza. In particolare se, come avviene nel caso dell'horror e della commedia, il rapporto in questione definisce ritmo, tono e “direzione politica” dell’opera. Non è un caso, del resto, che i generi sopra citati – nel loro ondivago peregrinare lungo la Storia del cinema – abbiano finito per toccarsi in più di un’occasione, spartendosi atmosfere, soluzioni narrative, e arrivando a condividere, com’è noto, l’architettura/set per eccellenza: la casa.

Le prime inquadrature di The Invite, terzo lungometraggio di Olivia Wilde e quinto remake dello spagnolo Sentimental (2020), sono, in questo senso, esemplificative. Lo shot d’apertura offre infatti una veduta di Joe (Seth Rogen) sprofondato in uno dei sedili che compongono la platea della scuola dove insegna musica. Solo, circondato da sedili vuoti, l’attore è ritratto con sguardo vacuo, perso nel nulla. Una manciata di secondi dopo, la macchina da presa, posizionata in fondo al corridoio d'ingresso dell’appartamento che l’uomo condivide con Angela (Olivia Wilde), registra invece il ritorno a casa di Joe al termine della sua lunga giornata di lavoro. Il clima appare teso, quantomeno indecifrabile. Musica e silenzi sottolineano la provvisoria ambiguità.

Se ipotizzassimo un punto di vista pressoché impossibile, quello di uno spettatore distratto entrato in sala privo di informazioni e contesto relativi al film, l’analisi per così dire “tecnica” di questi primi minuti di messa in scena, non basterebbe a sciogliere il dubbio: trattasi insomma dell’incipit di un film dell’orrore o dei primi vagiti di una piacevole commedia familiare?

Da qui l'importanza del corpo. Che, nel caso di The Invite, possiamo considerare da una prospettiva duplice: quella di corpo inteso come soggetto generico, personaggio del racconto - valida per ognuno dei 4 co-protagonisti (insieme ai due già citati anche Penelope Cruz e Edward Norton). E quella di corpo in qualità di astante specifico, con un nome, un cognome e una sua fisicità "parlante". In poche parole del corpo Seth Rogen.

In una recensione di The School of Rock, pubblicata su Sentieri Selvaggi nell’aprile del 2004, il direttore della rivista Federico ChiacchiarI iniziava la sua analisi del film di Linklater a partire da una considerazione sul protagonista Jack Black, da lui designato come erede spirituale del grande John Belushi. Scriveva infatti Chiacchiari: «È sporco, niente affatto slanciato, ma al contrario espone impudicamente tutta la sua pinguedine, è sguaiato e ridondante, non lascia mai nessun posto come lo ha trovato (soprattutto se prima era in ordine…) e nessun americano benpensante lo vorrebbe come ragazzo della figlia al ballo della scuola. [...] Di Belushi Jack ha la stazza e l'orgogliosa ostentazione del “grasso è bello”, ha la voglia di godersi la vita tutta d'un fiato, ha il Jack nel nome come il protagonista di Blues Brothers, e il black della musica nera del rock'n'roll nel sangue. E, soprattutto quella innata capacità di “occupare” lo schermo con la sua inconfondibile presenza, di succhiare l'attenzione dello spettatore a discapito di qualsiasi altra cosa vi venga mostrata».

A oltre vent'anni di distanza dall'incoronazione di Black, pensiamo sia legittimo, e tutt'altro che velleitario, individuare in Seth Rogen il "terzo" elemento di questo ideale passaggio del testimone generazionale. Un'investitura che non può, né intende tralasciare le caratteristiche corporee dell'attore, ma che ad esse non ha alcuna intenzione di fermarsi.

L'artista comico classe 1982, già co-autore e interprete di una delle commedie demenziali più ricordate degli anni 2000 (Su×bad - Tre menti sopra il pelo), sta infatti conoscendo, nell'ultimo quinquennio, una seconda giovinezza tra grande e piccolo schermo, segnata in particolar modo dalla produzione di Pam & Tommy (2022), nonché dal clamoroso successo di The Studio, premiata con l'Emmy nel 2025 e subito rinnovata per una seconda stagione.

A funzionare, a catturare attenzioni e investimenti, non è però solo il carattere poliedrico del regista, produttore e sceneggiatore americano, bensì la sua capacità di farsi interprete del presente. Di offrire cioè un umorismo goffo che, tra sindrome dell’impostore, crisi di mezza età e idiosincrasie varie ed eventuali, guarda ai padri del passato per parlare alla generazione di oggi.

Riacquisita dunque centralità all'interno dell'industria, Rogen cercava forse anche un nuovo rilancio cinematografico – al di là del piccolo ruolo ritagliatosi nel The Fablemans di Steven Spielberg. The Invite, di cui è protagonista tra i protagonisti e superficie (tondeggiante) su cui Olivia Wilde imposta genere e variazioni di tono del suo film, è esattamente ciò di cui aveva bisogno.

Il volto imbronciato e la posa sdraiata che aprono il film, ingredienti essenziali nella definizione della materia narrata, delineano infatti in maniera inequivocabile quelle che sono le intenzioni dell'opera, inaugurando una brillante commedia medio borghese che vive della vivacità dei suoi scambi, e gode di una partitura dialogica e musicale in continua evoluzione.

Dopo il bellissimo esordio con La rivincita delle sfigate e lo scivolone "veneziano" di Don't Worry Darling (2022), Olivia Wilde torna così in cabina di regia confermando eclettismo e una certa dose di cinefilia, e mettendo a punto un lungometraggio che abbandona i lidi adolescenziali e fanta-distopici dei primi lavori per guardare ai maestri della commedia da camera.

A metà strada fra Woody Allen e Roman Polanski - senz'altro i riferimenti più "facili" da individuare - la regista statunitense dirige quindi un film che allo spirito affianca la ferocia e al riso l’amarezza, discorrendo di crisi di coppia, di libertà sessuale e relativi tabù, e scegliendo di miscelare qualche goccia di speranza finale al serratissimo script del capostipite. Urla, sussurri, equivoci e intrighi punteggiano un progetto che sfrutta l’intero repertorio del genere e che cambia, sterza, corre come un treno e poi rallenta. In un continuo sali e scendi tonale (di decibel e atmosfere) che contribuisce a calamitare lo sguardo degli spettatori, ansiosi di conoscere il panorama dietro l’ennesima curva.

Impegnata forse in maniera eccessiva nella ricerca di un'adeguata sintesi tra ambizioni personali e rispetto del materiale di partenza, Wilde sacrifica l'istinto sull'altare dell'ordine e del controllo. Riuscendo però via via ad "ingrassare" il corpo-casa (l'ennesimo corpo del film), per indagare screpolature e lesioni di una storia a due (alla seconda), composta da ricordi, oggetti e non detti celati dal battibecco.

Al servizio della "giovane" cineasta quattro impeccabili interpreti (Wilde compresa) capaci di gareggiare in bravura senza annullare l'altro.
Anzi, sarebbe meglio dire 3 + 1: la presenza di Seth Rogen in qualità di simbolo di una nuova comicità imbranata, rimane la più grande intuizione di un film che lascia grande curiosità sul futuro della sua regista.