Il punto de La bambola si scorge già nel mestiere del protagonista Rémi (Vincent Macaigne): impiegato in una ditta che vende prati finti. «Distruggere la natura e poi imitarla. È folle!» dice Patricia (Cécile de France), assunta per sostituire un collega in paternità. Sarà la “verità” di Patricia che sconvolgerà la vita di plastica di Rémi. Da tempo ormai è reduce da una relazione amorosa conclusasi dopo dodici anni e da quel momento va avanti a bambole gonfiabili. Ma non è evidentemente per il sesso che Rémi ha testato svariate marche di queste. Secondo la sorella Domi, ha una vera e propria ossessione per l’amore.

Da sei mesi Rémi ha una “relazione” con la bambola Audrey (Zoé Marchal), di cui decanta le lodi ai colleghi che fremono all’idea di conoscerla. Audrey ha una startup, è appassionata di parapendio e ama Rémi nonostante, o anzi, proprio perché ingurgita Danone al cioccolato uno dietro l’altro. Possiede solo una sottoveste blu e ferma e immobile fa compagnia al fidanzato durante la cena, la sera davanti i suoi cari documentari storici, per poi dormire insieme la notte. Sinché un giorno, come Pinocchio, Audrey respira. Nel momento stesso in cui forse Rémi si sente attratto dall’intraprendente Patricia.

La regista Sophie di cognome fa Beaulieu, che letteralmente vuol dire “bel posto”, di cui il suo primo lungometraggio è pieno. Paesaggi mozzafiato su laghi e montagne, case chalet, uffici montessoriani dai colori pastello, dalle scrivanie dagli angoli smussati, con tanto di biliardino e impiegati/compagni d’asilo. Tutto è ordinato in questo mondo che tanto somiglia al nostro: è possibile scorgere tanto la disparità di genere quanto la crisi dei sentimenti e della coppia. Per ogni padre disinteressato alla propria genitorialità e ansioso di tornare a lavoro per sfuggirne c’è un Rémi che preferisce la plastica alla carne, per evitare delusioni.

Lo strumento che Beaulieu sceglie è la commedia romantica, proprio perché l’amore trionfi. Cosa preferirà un uomo tra una più giovane devota donna/bambola «programmata per amarti» e una vera coetanea consapevole e disillusa che ovvia alla coppia con la masturbazione? La bambola fa sorridere e un gran merito va agli interpreti: lo sguardo tenero e mogio di Macaigne, navigato underdog alleniano, è già una garanzia insieme alla sua ironia; Cécile de France sembra indossare i panni di Diane Keaton in un qualsiasi film dell’ex marito. Mentre Zoé Marchal potrebbe divenire la nuova Adèle Exarchopoulos, dalla voce bassa e dal corpo attoriale che fa coesistere perfettamente l’immaginario della femme fatale con quello di un’adolescente un po’ stralunata con la bocca sporca di sugo.

Sono tanti, forse troppi, gli accenni e le critiche a determinati aspetti della contemporaneità con cui Beaulieu farcisce il suo esordio. Rémi stesso sembra essere il punto mediano tra due “scuole di pensiero”: da una parte al suo (vero) fianco c’è solo la sorella Domi, lesbica e molto sensibile al transfemminismo, che frequenta ritrovi fricchettoni sciamanici; dall’altra ci sono i suoi colleghi che nonostante siano ritratti in modo molto infantile sono appunto innocui e non particolarmente decostruiti. Il superamento della paura di amare e soffrire di Rémi è parallelo all’emancipazione di Audrey, che oscilla confusamente tra la fede nella sua missione di bambola e l’evidente senso di vuoto che prova perché sì viva ma priva di interessi, desideri, obiettivi.

Alle spalle Beaulieu (che in primis è linguista e traduttrice) ha vari cortometraggi e già in questi si nota che tematiche simili le siano molto care (Je n’ai pas tué Jesse James, 2017; Salem, 2020). E di certo non risparmia dalla beffa nè la quota patriarcato nè la quota progressista: come quando Rémi tenta di spiegare ad Audrey che non dovrebbe parlare della sua diarrea perché le belle donne non fanno la cacca; oppure come quando Domi, non credendo alla “nascita” di Audrey, la scambia per un’escort russa un po’ hippie, scadendo nel cliché.

Al giorno d’oggi Pigmalione non scolpisce con le sue mani la donna perfetta, come Geppetto intagliò il figlio che ha sempre desiderato, ma la ordina su internet, come Ryan Gosling in Lars e una ragazza tutta sua (Craig Gillespie, 2007). È un topos troppo umano preferire il falso al vero, il virtuale al realistico, perché non può deludere e di questi tempi una tendenza simile appare sempre più incombente. Insieme alla seconda opzione, ovvero la rinuncia, la solitudine, l’elisione totale del confronto. Invece Beaulieu si immagina un lieto fine, per tutti e per fortuna! Ricordandoci, in questo piccolo instant esordio divertente e promettente, che forse è troppo importante soffrire, e non rinunciarci, per poter amare più di prima.