Dovendoci interfacciare con un evento di tale importanza, vorremmo provare a restituire le sensazioni che ci hanno attraversato. Perché crediamo che, per noi, questa seconda volta alla Biennale Arte in fondo sia stato questo: ci siamo lasciati trasportare con piacere da tutte le emozioni, reali, che abbiamo incontrato lungo l’Arsenale. Durante i quattro giorni di maggio io e Eleonora – che ha firmato la seconda parte di questo reportage – abbiamo avuto uno scambio fittissimo di idee, intuizioni, dubbi.
È già noto quanto la Biennale di quest’anno abbia suscitato notevole scalpore politico e mediatico. Ma il dato da ritenere di notevole interesse riguarda, dal nostro punto di vista, la precoce scomparsa della curatrice Koyo Kouoh (nominata a novembre 2024). Vibrazioni, odori, suoni, luci ed ombre in movimento sono state il fulcro della fruizione all’interno delle sale, come accennato in apertura: la ricerca stessa della Kouoh combacia perfettamente con le sue intenzioni; è l’individuo che esperisce concretamente con un esterno incognito. Un paradosso tra percezione concreta e realtà ignota che crea un’unione misticheggiante, instaurando nello sguardo l’interesse verso il proseguimento di tale esperienza. Non si può non parlare, poi, delle polemiche scoppiate attorno alla 61esima edizione della Biennale Arte. Ma con questo articolo vorremmo, invece, elogiare ciò che è davvero la Biennale: l’evento internazionale dedito all’arte (e in questa edizione di arte ce n’è), dimostrando il proprio statuto nel 2026.
Manifesta tale posizione lo stesso presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, che, andando in controtendenza alle direttive poste dal parlamento europeo, si è battuto per l’apertura (esclusiva alla stampa) del padiglione russo. Recentemente la sua voce è tornata a farsi sentire per una possibile riapertura di quest’ultimo, invocando il rispetto della libertà d’opinione e di parola in nome di un’arte libera dalle massime governative internazionali, e chiedendo cortesemente di lasciare le armi all’esterno, poiché quest’ultima non dovrebbe essere influenzata da nessuna opinione politica e men che meno ricattata da un fucile mediatico puntato.
Cosa comporta questo scambio bulimico tra informazione esterna – polemiche, dibattiti, contestazioni, eserciti fuori dai padiglioni – e la necessità imperante di parlare delle opere in sé? Qual è, esattamente, il confine tra informazione e chiacchiere da bar? O tra un dibattito nel merito e fenomenologia social? Ecco, l’impressione è che gli artisti hanno riscoperto le proprie responsabilità: evidenziare la condizione della società contemporanea, eliminando l’omertà intellettuale e istituzionale. E come ben si sa, quando il gioco si fa duro, gli arbitri vengono pagati. E nel nostro caso, gli arbitri sono i giurati, che hanno dato le dimissioni a seguito della confermata presenza del padiglione russo; subappaltando il giudizio di merito al Premio del pubblico.
All’interno dell’Arsenale i vari artisti si passano la parola formando nel loro insieme un ambiente di dialogo corposo e proporzionato, lasciando ad ogni fruitore la preziosa occasione di aggiungere punti di vista ed opinioni individuali. Ovviamente tante voci possono rendere impegnativa la comprensione dei temi presi in considerazione, pensando anche ad alcuni linguaggi fortemente “documentaristici” che in alcune sale ostacolano la fluidità del percorso. Ma andiamo con ordine. L’invito è rivolto a tutti: fino al 22 novembre 2026 si svolge la 61esima esposizione internazionale d’Arte di Venezia; ed ecco come si sono presentati i protagonisti della prima tappa, all’interno dell’Arsenale del Biennaltour.
Vol. 1
Come accennato in apertura, l’articolo vuole tenere fuori il contesto sociopolitico in cui ogni paese ormai galleggia o precipita. Tuttavia, l’elaborazione stessa della Biennale di Koyo Kouoh offre una risposta culturale ed intellettuale significativa a riguardo. Lo stesso titolo In minor keys va ad evidenziare la necessità collettiva di soffermarsi sul dettaglio, concedendo un diaframma temporale per l’analisi, in scala minore, dei grandi temi del nostro contemporaneo. Dopo il suggerimento di Adriano Pedrosa con la Biennale Stranieri ovunque – Foreigners everywhere del 2024, che sottolinea il contesto subculturale e mostra concretamente una realtà ingiusta, la Biennale di Kouoh suggerisce e dona una possibile risposta, affrontando i conflitti senza proteste né urla, ma lavorando con la delicatezza e proponendo, dunque, una via da perseguire per migliorare una condizione storica ormai incommentabile. Tale riscontro risolutivo, infatti, si può ricercare nelle piccole cose, interrogandosi su una micro-logica identitaria, piuttosto che sulla ricerca di una macro-soluzione sui massimi sistemi.
«È una mostra permeata di spiritualità, di una sacralità che riporta la persona, l'essere umano, al centro di ogni cosa, riscoprendo il senso di essere nel mondo, riacquistando un senso di proporzione rispetto a tutti gli elementi terreni e volgendo nuovamente lo sguardo al cielo», ha detto Pietrangelo Buttafuoco a proposito di In minor keys.
L’offerta dell’Arsenale oltre alla mostra curata da Koyo Kouoh ospita anche alcuni padiglioni nazionali. Entrando nello spazio si può ammirare subito l'installazione pittorica che crea fin da subito un’altissima aspettativa tramite l’opera di Khaled Sabsabi, Khalil (che ritroveremo anche nel padiglione australiano).
Il supporto semicircolare è immerso completamente in un ambiente buio, funzionale per la sovrapposizione di immagini digitali proiettate sul supporto pittorico. Lo sposalizio tra nuove tecnologie ed un pennello impressionista, misto ad una sensibilità rinvenuta tramite il mondo islamico incanta il fruitore, che, tramite l’utilizzo di aromi, si immerge in una vera e propria esperienza sensoriale. Un esordio di enorme impatto percettivo che crea fin da subito un’altissima aspettativa; lo spazio assorbe i ritmi trasmessi, il focus ottico è completamente dedito alle vibrazioni di colori utilizzati dall’artista.

Una promessa, In Minor Keys, mantenuta a metà. Durante il percorso molte opere di videoarte esauriscono una fluida fruizione delle diverse sale, spesso cedendo il passo ad una ispezione fin troppo dettagliata di dimensioni antropiche, assumendo un dichiarato estetismo di tipo documentaristico. Il tentativo di far divenire l’Arsenale la Cannes dei documentari spezza indelebilmente la comunicazione delle opere fra loro, non lasciando spazio ad alcuna interpretazione o magia conoscitiva.
Ne emergono in nota positiva i lavori di videoarte di Berni Searle con Interlaced, suddivisa in tre monitor visivi orizzontali comunicanti ed unica video performance che fuoriesce dalla dimensione documentaria; cosi come l’ibrido ben riuscito di Cauleen Smith The Wanda Coleman Songbook: installazione immersiva multimediale che mostra realtà metropolitane, posta al centro della seconda sala tramite quattro supporti ritaglia uno spazio intimo all’interno. Una menzione speciale va sicuramente anche a Tonia Nekkia McClodden con Ruinous, che reinterpreta il romanzo So Much Blue, e Florence Lazar con il corto 125 Hectares.

In Minor Keys conosce la massima fioritura attraverso le arti classiche e la fotografia; specie quando dialoga e dona un corpo alla storia e alla subcultura afro. È il caso del fotografo autodidatta Eustáquio Neves con due serie fotografiche: Arturos e Cartas Ao Mar. Nel primo caso l’artista documenta l’integrazione della comunità nera a Minas Gerais e dimostra così il suo attivismo nelle località brasiliane, plasmando un archivio storico. Inoltre, la serie fa emergere al meglio la tecnica di manipolazione in camera oscura dell’artista. Col suo Cartas Ao Mar, infine, Neves si incentra sul molo di Valongo in Brasile, uno dei punti chiave della tratta degli schiavi.

Di grande forza critica l’installazione Peolple’s Desire di Sawangwongse Yawnghwe, che tramite miniature di terracotta, ripropone esodi e diaspore di popoli in fuga. Si tratta di un'installazione lunga sei metri composta da 2.500 statuette di argilla modellate in modo rudimentale – tra cui famiglie – che camminano o galleggiano su barche in un esodo di massa. L'artista ha definito i massacri dei Rohingya un genocidio già nel 2014 , collegandoli ai popoli Karen, Kachin e Shan, privati delle loro terre e risorse sotto il regime militare nella guerra civile più lunga della storia contemporanea. Quasi in risposta a People’s Desire troviamo poi Theo Eshetu con Garden of the Broken Hearted, un enorme ulivo rotante che funge da vanitas monumentale, critica allo sradicamento dei popoli e alle appropriazioni “naturali”.

L’ultima sala di In minor keys si illumina di meravigliose opere che, come comete, puntano a uno spettacolo artistico maestoso. Nolan Oswald Dennis, Senzeni Marasela, Micheal Joo, Temitayo Ogunbiyi, Joana Hadjithomas + Khalil Joreige: il tema comune viene interpretato attraverso molteplici linguaggi dai vari artisti, che offrono una vastissima quanto più dettagliata analisi del suolo, laddove elementi come terra, radici e fondali emergono in superficie con una potenza visionaria degna di nota.
Si passa, dunque, ad uno spazio con un’elaborazione omogenea derivata da uno studio oggettivo/scientifico della materia, con delle installazioni del carotaggio geologico in dialogo con immagini al microscopio, documentazioni e monitoraggi tettonici in Africa subsahariana, reperti di fondali marini, lastre fossili e indagini sulla flora e le radici del sottosuolo. La stessa logica scientifica, colonna portante dell’odierno progresso, per quanto sia alla base della conoscenza attuale dello stato naturale e geologico del territorio, è al tempo stesso strumento di ricerca per le terre rare – dunque metodo ricorrente per lo sfruttamento di terre profittevoli in nome dello sviluppo.

Ma la vera superstar di questo Biennaltour è senza ombra di dubbio l’installazione Dedication II di Uriel Orlow. Pura sperimentazione. Il tentativo più radicale di far fruire un’opera, un dettaglio, quello dell’apposita piattaforma lignea sollevata da terra, che simula i movimenti interni del suolo ed abbatte di netto l’arbitrario muro opera-fruitore, lavorando su una connessione viscerale e attivando l’istinto primordiale attraverso lo scuotimento sismico. L’opera diviene così imprevista ed empiricamente vissuta, confermando ulteriormente l’uniformità ed il dialogo artistico di In Minor Keys.
In conclusione, l’impressione che resta addosso è che nessuna linearità deve indirizzare, ma è lo stesso percorso frammentato che, osservato a debita distanza, porta alla composizione in toto dell'artificio; un caso esemplare è rasentato dall'installazione di Kader Attia Whisper of Traces. Un ambiente che fonde l’arte multimediale con uno spazio labirintico e caotico, passando tra corde appese al soffitto e frammenti di specchi che riflettono quanto viene proiettato sulle pareti. Le realtà così facendo divengono molteplici, infinite, confondendo il percorso iniziato e da attraversare obbligatoriamente.
E dunque, ecco i titoli di coda del Biennaltour vol. I. Gli altoparlanti agli angoli della struttura ispezionata ci avvisano che i cancelli si chiuderanno a breve.
La mente è piena di mille immagini stampate delle opere più memorabili secondo ogni gusto e sensibilità. Si attende la prossima uscita per entrare all’interno dei Giardini.
Illustrazione di Giovanni Venditti