Quando Vincenzo Latronico ha presentato Una splendida rovina al Monk, insieme a Veronica Raimo, l’ha introdotto parlando di un mutamento semantico della parola “fallimento”. Ha spiegato di come questa parola, così usitata oggi, sia oramai quasi interamente assimilata a un senso più consumista che altro; di come il fallimento dovrebbe riferirsi alla bancarotta di un’impresa, o di una startup, e di come questa parola abbia invece assunto un’accezione anche intima (quante volte: “la mia vita è un fallimento”, “quella relazione è stata fallimentare”), solo dal momento in cui il capitalismo ci ha convinti che la vita è un qualcosa che prosegue, e che deve proseguire in costante crescita. Senza derive o incidenti di percorso, escludendo a piè pari tutti gli inconvenienti. Ma è una visione preoccupante. Perché appunto, nella vita niente è dato dapprincipio, e non dovremmo mai scadere nel fatalismo del già-scritto: questa è una trappola in cui è facile cadere, specialmente quando si arriva all’età adulta, che non permette scampo dai timori e dagli abissi esistenziali più vertiginosi.

Una splendida rovina parte proprio da questo concetto. Dal fallimento. Anzi, dall’apologia del fallimento. È un romanzo che contempla il fallimento quasi volesse riscriverne la semantica, che oggettivizza la disillusione mostrandola al lettore sotto una nuova luce; col fine di misurare la possibilità creativa che si cela dentro un qualcosa apparentemente vuoto di aspettative. È la storia di due trentenni (apro e chiudo parentesi: sì, è un romanzo che si potrebbe etichettare come autofiction; anche se c’è molto, molto altro in termini di fantasia e sforzo immaginativo), che si conoscono in una sorta di comunità anarchica in Francia, e che sospinti da un innamoramento fulmineo prendono una scelta di vita radicale. Acquistare e rimettere in sesto un enorme rudere in Pomerania, una regione dell’estremo nord tedesco dell’ex DDR, per seguire quello stile di vita tanto esaltato sui social degli influencer loro coetanei: la promessa di una vita migliore e appagante sembra essere sempre stata lì, tra le rovine di una immensa casa da riassestare, nel lavoro di artigianato che da due generazioni, almeno, sembra ormai totalmente obliato. 

Il protagonista e Elsa sono cittadini berlinesi, che sulla soglia dell’età adulta si sporgono in direzione del vuoto che si apre sotto i loro piedi quando si apprestano a guardare meglio la realtà che li circonda. La vita in città è ormai insostenibile, i prezzi inflazionati, le relazioni sociali filtrate da un senso costante di disinteresse misto ad angoscia. Fuggire è la chiave. Lasciarsi quel mondo alle spalle e fondare qualcosa di nuovo: l’idea di una vita stimolante vista di sguincio attraverso un reel, da un feed stracolmo di occasioni da afferrare al volo.

Ma i principali piani di lettura di Una splendida rovina sono due. Il primo riguarda l’aspetto puramente storico-contestuale, e concerne l’estrema lucidità e ironia con cui Latronico disegna il qui e ora di una situazione abitativa drammatica. Siamo, infatti, nel presente storico nel quale questa è il topic centrale di un dibattito tutt’altro che chiuso; che sembra anzi protrarsi senza soluzioni in vista. Veniamo dallo sfratto di Spin Time, avvenuto questa estate, che parla molto di come la possibilità di immaginare un modello abitativo urbano non sia per niente una priorità di questo governo, tutt’altro; mentre invece, in Europa, qualcuno risponde alle richieste dal basso con stupefacente rapidità e precisione – mi riferisco ovviamente alla Spagna, che almeno su questo sa essere un faro. E non è accidentale questo allargamento di campo su un sguardo geografico europeo. Perché già Latronico adotta questa distanza, nell’osservare la vita da expat in Le perfezioni – altro suo grande successo internazionale, ed altra grande critica pungente delle ambizioni un po’ ingenue dei millennial. Se pensiamo al dato che narrativamente mette in moto Una splendida rovina, e quindi la voglia di avere una casa di proprietà (che è già un’assurdità, se solo provo a dirlo ad alta voce!), è evidente il salto che i protagonisti compiono in direzione di un iperbolica e spropositata estensione dell’immobile. La lunga descrizione integrale che ne viene fatta a pp. 75-76 viene riassunta bene dal passaggio che la precede: «L’inventario del posto rischia di essere una lettura labirintica e ridondante, ma mi sembrano due aggettivi che descrivono bene anche la nostra prima impressione». Ecco, mi sembra lampante questo concetto, ovvero di come per la rappresentazione sia ormai impossibile affrancarsi dalla realtà contestuale. Perché quest’ultima irrompe così fortemente nell’immaginario della crescita, che sarebbe quasi da ingenui lasciarla fuori dalla porta: la crisi busserebbe più forte ancora, per poi infiltrarsi nelle opere con tutta la dirompente catastroficità che porta con sé. 

Il secondo dato da sottolineare riguarda invece il lato formale di Una splendida rovina. A partire dalla voce stessa dell’io narrante, che sin dall’inizio ci tiene a ribadire la sua inaffidabilità, il racconto si svolge tutto sulla linea di un peculiare e instancabile costruttivismo. I personaggi che abitano il romanzo sono come figurine di carta, che agiscono, certo, ma l’impressione è che sia in verità l’autore a muoverli; voce che anche se in una data misura è vittima degli eventi, scrive come se fosse uno spettatore. Due esempi: «Lei, che a malapena ci è entrata, è la prima a uscire da questa storia», oppure «Tornerà ancora, dopo la mezzanotte, ma in sostanza da questa storia esce così». 

L’inaffidabilità del narratore, dicevamo. Non che questo ci tenga particolarmente a confondere le carte in tavola, anzi. Il narratore mette costantemente le mani avanti, si pone dubbi, si fa domande sulla genuinità delle sue azioni. Però è proprio questa costruzione frammentata a conferire al testo uno spessore magico e organico insieme. È organico nella misura in cui si percepisce nettamente la fatica del protagonista nel rimettere in sesto la splendida rovina, nei continui intoppi che intervengono a bloccarlo, nelle truffe, nella diffidenza della comunità autoctona. Ed è magico quando lo sguardo del narratore si eleva, e tenta di portare il lettore verso un inarrestabile cambio di prospettiva, che come un gioco di catottrica intriga e cattura. L’illusione viene palesata quando si arriva a parlare del cubo di Necker, e tutto si spiega dalla postura che si sceglie di avere di fronte agli eventi – anche, anzi soprattutto, quando si guarda il passato: «L’operazione che fai quando menti a te stesso è uguale. Le prospettive che tralasci continuano a esistere nella tua mente; ma non hanno la consistenza di un fatto oggettivo. Sono possibilità, sono meno che vere. Per questo, omettendole, senti di non mentire. Solo un minimo sfarfallio, a volte, ti insospettisce; ma dura un istante appena. La guardi di nuovo ed è già passato».

Un ultimo fatto che mi sento di evidenziare: l’esergo in chiusura del romanzo riporta una citazione da I testamenti traditi di Milan Kundera. Ed è qui che sembra giacere l’introspezione del genere romanzesco costituente di Una splendida rovina: la citazione di Kundera riaccende infatti una lunga serie di questioni intrinseche a questa forma di scrittura, al modo con cui si confonde e mistifica all’infinito la verità e la finzione, la voce e la teoria ecc. Per rispondere quindi con un’ulteriore citazione dello scrittore ceco, ecco cosa scrive ne L’arte del romanzo, una raccolta di saggi e interventi raccolti da Adelphi, nel quale si riflette sullo statuto della scrittura e del romanzo; in particolare europeo. Nel capitolo Sessantacinque parole, alla voce “ROMANZO (europeo)” Kundera scrive: 

«La storia (l’evoluzione unita e continua) del romanzo (di tutto ciò che viene chiamato romanzo) non esiste. Ci sono soltanto diverse storie del romanzo: del romanzo cinese, greco-romano, giapponese, medioevale, ecc. Il romanzo che io chiamo europeo si forma nel Sud dell’Europa all’alba dei Tempi moderni e rappresenta un’entità storica in sé che, più tardi, allargherà il suo spazio oltre i confini dell’Europa geografica (in particolare nelle due Americhe). Per la ricchezza delle sue forme, per l’intensità vertiginosamente concentrata della sua evoluzione, per il suo ruolo sociale, il romanzo europeo (così come la musica europea) non ha eguali in nessun’altra civiltà».

Illustrazione di Luca Lombardo