In uno dei tanti piani sequenza che compongono Fjord, Lisbet (Renate Reinsve) viene informata dalle assistenti sociali che la Tutela dei Minori ha deciso di togliere a lei e al marito Mihai (Sebastian Stan) l’affidamento dei cinque figli. Sono sedute nel soggiorno di casa Gheorghiu, che si affaccia su una finestra, a cui Lisbet dà le spalle e proprio fuori da lì, mentre cerca di contenere la sofferenza, sventola la bandiera norvegese. Un’ennesima rappresentazione della violenza che lo stato e la sua popolazione infligge alla famiglia protagonista dell’ultimo film di Cristian Mungiu.

Quest’anno Cannes ha riservato a Fjord la Palma d’oro, come fece a suo tempo con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (2007) indirizzando ufficialmente l’interesse di pubblico e critica verso una nuova generazione di cineasti rumeni, figli della fine della dittatura e sostenitori di un rapporto indissolubile tra il singolo e la società, la Storia, la politica, che il cinema deve raccontare, privandosi della falsità del taglio di montaggio. Mungiu è ormai un autore internazionalmente affermato, sicuramente non più giovanissimo e Fjord rappresenta un nuovo inizio. Ambientato nella contemporaneità, si svolge finalmente fuori dall’abituale Romania, i cui abitanti vogliono spesso lasciarsela alle spalle per affrancarsi nel tanto agognato Occident (esordio del 2002).

I Gheorghiu in realtà sono più che altro costretti a lasciare la Romania, trasferendosi in un fiordo vicino al paesino d’origine di Lisbet. Sembra tutto magnifico, neanche comunicare è un problema: su cinque figli, tra cui un neonato, quattro sono quasi bilingue ma in paesi come la Norvegia è abbastanza comune esprimersi in inglese. Paesaggi mozzafiato, facile inserimento nel mondo del lavoro e a scuola. Sinché la quiete progressista della cittadina viene scossa dal sospetto che i Gheorghiu, ferventi credenti come da buona tradizione rumena, usino la violenza per educare e disciplinare i figli. Un sospetto che diviene immediatamente un’accusa: Lisbet e Mihai sono colpevoli senza contemplare il “sino a prova contraria”.

Questo vortice di sentenze, di giudizio, di decisioni estreme per la difesa di minori, ma forse soprattutto di certi ideali, è trattato da Mungiu con quel piglio a metà tra il finzionale e il documentaristico. Neanche i volti degli hollywoodiani Reinsve e Stan (quasi irriconoscibile), i primi che conquistano la partecipazione a uno dei suoi film, infrangono la patina di realismo che permea un’intera filmografia, che coglie la fotografia come l’interpretazione. Se all’inizio il sospetto è tutto rivolto verso gli stranieri ortodossi e bigotti, l’abilità del discorso e del linguaggio di Mungiu lo riverserà tutto sui freschi progressisti: non è che il vero problema dei Gheorghiu è rappresentato dalla loro fede in un dio? E che in quest’oggi la libertà professata a gran voce può incorrere sugli stessi pericolosi limiti degli estremismi più destrorsi? Chi sono le vere vittime di cui tutelare i diritti: i cinque figli forse malmenati o i norvegesi allergici al vecchio uomo barbuto?

In Fjord la critica si ribalta: neanche il modello europeo è privo di istituzioni cieche e d’istanze pericolose. L’intento di Mungiu non è il qualunquismo o la giustificazione della via conservatrice. Lungi dall’essere imparziale, il suo giudizio non pende mai né da una parte né dall’altra. Scopre l’ottusità di entrambe in egual maniera: in Lisbet e Mihae, che vietano il cellulare e la musica contemporanea ai figli; nelle educatrici addestrate per sparare a ogni movimento tra le fronde che possa somigliare a una violenza, a un binarismo, a un accenno di pensiero differente. Riecheggia quindi Oltre le colline (2012) mentre Fjord si chiede che peso abbia ancora la religione nell’essere umano contemporaneo, che ci si creda o meno, dato che al netto di un sacrosanto liberalismo si continua comunque a praticare la crocefissione.

Sullo sfondo però c’è sempre qualcun altro che ne paga davvero le conseguenze: figli privati dei genitori, degli amici, dell’amore, del gioco, di una libertà di scegliere per se stessi, di una quotidianità. I cinque figli dei Gheorghiu (tra tutti la maggiore Elia e la sua più che amica Noora) purtroppo sono i degni eredi dell’Alina di Oltre le colline, vittime sacrificali sommesse e silenziose, che non si lamentano neanche quando ardono al rogo.

Durante la proiezione, gli spettatori strabuzzano gli occhi, alzano le spalle, scuotono la testa, inorriditi dal processo kafkiano che affrontano Lisbet e Mihai. Ci si chiede se i prossimi censori non siano già seduti in Sala Teatro Studio Borgna.