C’è dai primissimi istanti questa sensazione straniante di già visto, quando Sylvester (che si fa ancora chiamare Mike) cammina tra le strade della città o sale le scale del suo appartamento, quando lavora al mercato del pesce o subisce le angherie della gente che lo circonda, ovverosia gli ultimi, di cui anche lui fa parte. Ed è proprio da qui che parte I Play Rocky di Peter Farrely, già vincitore di due Oscar per l’acclamato Green Book. Questo è un il film che mostra da una prospettiva interna al sistema cinematografico degli anni ‘70 la genesi di uno dei casi più curiosi della cinematografia moderna, quello della nascita di un instant cult come Rocky. 

Sylvester, dicevamo, è uno sbandato, che messo alle strette dall’impossibilità di trovare un ruolo sarà anche costretto a dormire in strada e accettare delle parti in dei film soft porn – eventi che della vita di Stallone sono ben noti. Ad essere meno conosciuti, però, forse sono gli eventi che lo hanno portato alla scrittura, alla proposta e alla travagliata realizzazione di Rocky. Nel pieno della fioritura della New Hollywood, infatti, il cinema statunitense sembra a un punto di svolta che mette in crisi i modelli produttivi stantii e assodati della Hollywood classica; non si fa altro che parlare del successo del Il padrino, o di Roger Corman, o della scia fortunata di Martin Scorsese, che proprio nel ‘74 (anno in cui Sylvester Stallone scrive e inizia la pre produzione del suo film) sta lavorando a New York, New York. 

I Play Rocky è in tutto e per tutto figlio di un immaginario ormai consolidato della contemporaneità, cioè quello che mette al centro della narrazione la più totale e sfacciata pratica del reenactment, o in alternativa del costante backstage. E questo si spiega con una serie di fattori. In primis, l’effetto nostalgia di un neo-capitalismo, che con la promessa fruttuosa di offrire di nuovo alla generazione del boom economico di rivivere quelle emozioni infantili, propina a getto continuo rifacimenti e remake. E poi sicuramente ad intervenire è anche un certo cambiamento del formato filmico, inteso nella sua forma più classica. Essendosi infranto il dogma che prevede il rispetto assoluto di un linguaggio formale codificato, infatti, siamo subentrati da un decennio a questa parte nell’era del formato variabile e incessante. 

Come si posiziona, allora, I Play Rocky rispetto a questo punto di accesso alla visione? Indubbiamente vi aderisce in toto, pensando alla maniacalità con cui Anthony Ippolito incarna il mito di Sylvester Stallone, qui mostrato sotto la luce nuove (o perlomeno inusitata) di geniale scrittore autodidatta. Ma è anche inflessibile. La battuta che dà il titolo al film non è altro che la dimostrazione di questa sua volontà inamovibile nel voler interpretare lui stesso Rocky: «Rocky sono io», è quello che ripete stancamente ogni volta ai produttori con la sua voce bassa e nasale; anche quando questi, per convincerlo a desistere dal recitare nel film, arrivano a proporgli la cifra spropositata di 300.000 dollari per l’acquisto della sceneggiatura.

Un ulteriore tema che risalta con chiarezza e che in qualche modo qualifica anche la genuinità del Sylvester primordiale, è questo rapporto travagliato con la moneta, con la ricchezza/povertà e il bilico che si viene a plasmare la sua intera realtà. Sarà proprio lui che tramite il soldo, infatti, vende il suo cane in un momento di forte ingerenza, per poi riacquistarlo più avanti a un prezzo esageratamente maggiorato. Ma l’economia stretta veicola anche interamente i giorni che passa sul set, influendo pesantemente sulle scene che va a girare, dato che la produzione può permettersi un solo ciak, un “buona la prima” ineluttabile.

Un film sul linguaggio, quindi. Sul linguaggio che oggi pare mutato, come accennavo in apertura, ma che in I Play Rocky viene raccontato anche attraverso un’invenzione tecnica fondamentale per la riuscita di Rocky e che è destinata a cambiare per sempre il mondo del cinema. La steadycam. Insomma, il film di Farrelly è in definitiva un ottimo esempio di come non tutta la modernità sia bloccata, impantanata nelle maglie del passato e del reboot costante, dimostrando che forse, quando c’è il cuore e l’anima del progetto, anche radiografare un film spartiacque come lo fu Rocky può essere piacevole.