Se l’atto creativo, ad esempio l’ideazione di un film, è spesso considerato un parto, perché genera (ma anche perché alle volte è ostico e doloroso), magari una filmografia intera può somigliare alla parabola vitale, alle fasi biologiche, ai momenti di un individuo che la firma. Per Esteban (Javier Bardem), regista spagnolo doppiamente premio Oscar, è arrivato il momento di tornare a Madrid, da New York, dove ha creato una famiglia. E non solo perché è in Spagna che deve girare il suo prossimo lungometraggio, Desierto: gli piacerebbe che i suoi figli conoscessero le radici paterne. E, in ultima istanza, desidera riallacciare i rapporti con Emilia (Victoria Luengo), la primogenita trentenne, nata dall’amore presto esauritosi con Charo (Núria Prims), attrice protagonista del suo esordio, Siroco.
È proprio con l’incontro tra Esteban e Emilia che comincia El ser querido: una lunghissima scena di un pranzo al ristorante, impacciato, quasi formale, in cui ogni battito di ciglia ha il suo profondissimo significato, oltre al potere di evocare vertiginosamente brutti ricordi con conseguenti alzate di toni. Passa quasi mezz’ora prima che l’incontro si concluda con la comparsa del titolo del film: un assaggio della potenza e della grandezza del settimo lungometraggio di Rodrigo Sorogoyen.
Presentato in concorso a Cannes, El ser querido porta istantaneamente alla memoria un altro titolo dalla trama molto simile, che l’anno scorso vinse il Grand Prix Speciale della Giuria sempre al festival francese (e non solo). Sì, parliamo proprio di Sentimental Value di Joachim Trier, il primo caso che divise la redazione di Querelle in due estremi opposti. Peccherò di presunzione, ma sono convinta che Sorogoyen rappresenterà invece un nuovo punto d’incontro e d’accordo.
Esteban vorrebbe che Emilia, cameriera tutti i giorni ma in realtà attrice con tanta esperienza ma con pochi ruoli fondamentali, interpretasse la forte e passionale Gabriela nel suo Desierto, che si svolge nel Sahara occupato dagli spagnoli negli anni Trenta. Il “padre” (non è stato una figura così presente, ecco) è convinto che alla “figlia” possa servire una mano, si allude a un momento difficile. E Emilia accetta, anche se titubante e guardinga, a patto che Esteban si comporti con lei come un regista, che non commetta favoritismi.
Subito dopo il titolo si viene catapultati sul set; come se El ser querido non galoppasse sin dall’incipit prandiale. Il più classico dei film sui film, del set come metafora della vita, in cui chiunque abbia avuto un ruolo più o meno incisivo passa e spassa, si ferma a lungo o per poco, rimarca il segno e poi va via. Sorogoyen potrebbe essere tornato ai tempi del suo secondo Stockholm (2013) abbandonando il genere in senso stretto, come il thriller (As bestas, 2022) e il poliziesco (Che Dio ci perdoni, 2016), che ha praticamente permeato tutta la sua filmografia. Stringe lo sguardo sulle dinamiche tra individui, sulle relazioni che alle volte riescono ad essere disarmanti. La materia è il cinema, perché è il linguaggio prediletto di Sorogoyen come di Esteban e Emilia.
I pochi ricordi felici di padre e figlia, ma anche quelli sono contaminati dall’assenza, dalla dipendenza da alcol e droghe, dalla mancanza di responsabilità di Esteban, sono proprio le innumerevoli visioni in sala. Ed è dal cinema che vogliono ripartire. Sorogoyen se ne serve in tutte le salse, passando da un formato all’altro, dal bianco e nero ai colori, da una camera digitale all’estetica da handycam, in un espressionismo che non risulta mai esercizio di stile ma una perfetta rappresentazione delle intime essenze di Esteban ed Emilia, incapaci di affrontarsi. Lo sfogo di queste, come il loro avvicinamento, non ha dove altro incanalarsi.
El ser querido è cangiante ed estenuante, composto da scene (una in particolare) che in pochissimo tempo mutano, dall’essere esilaranti ad essere spaventose per via della tensione che si crea. Sono poco più di due ore di un marchingegno precisissimo, senza tregua, non è concesso il respiro, dal montaggio alla recitazione. E su tutti non può che colpire quest’ultimo aspetto: Bardem e Luengo - che lo supera pure! - lasciano senza fiato, così naturali eppure così congegnati.
Né Desierto né El ser querido risolve nulla: l’arte purtroppo non ha questo potere; esorcizzare sì ma forse non risolvere. Sono solo dei film. Tutto tornerà alla triste normalità, dopo un dolorosissimo set, in cui un padre e una figlia, come due magneti dello stesso polo, sono sempre in procinto di avvicinarsi, di toccarsi, ma basta poco perché si separino di nuovo. Forse è troppo tardi e se già allora chi di dovere non ha compiuto dei sacrifici, non si è preso delle responsabilità, non sarà adesso che i dolori appartengono al passato che si potrà rimediare: ognun per sé, ormai troppo adulti, con i propri problemi da affrontare. Ciò che il cinema può fare, allora, è rappresentare, isolare, lasciare una traccia di quei momenti, renderli eterni, ma come lo sono i vampiri, comunque cadaveri. Il rapporto tra Esteban e Emilia quindi avrà lo spazio, la vicinanza, la profondità, del girato giornaliero, di una risata distensiva dopo uno stop. L’unica. E che per giunta provoca il pianto del regista che lo revisiona.