In un futuro non-così-lontano dal nostro, l’umanità ha raggiunto un livello di capitalizzazione della solitudine tale da aver reso disponibili all’acquisto di veri e propri robot umanoidi, amici digitali, detti A.F. (artificial friend). E proprio in uno di questi store vive Klara, la nostra protagonista, che vediamo intenta a parlare col sole per ringraziarlo della preziosa energia vitale che quest’ultimo fornisce: gli A.F. sono infatti provvisti di un sistema di ricarica solare. Anche nella comunità dei robo-amici, però, esiste una sorta di gerarchia, calcolata in base alla stranezza di ognuno e dal tempo che trascorrono invenduti, dopo aver passato giornate intere in vetrina aspettando l’acquirente che li salverà da quella vita monotona. Effettivamente e inaspettatamente, un acquirente per Klara arriva: si tratta di Josie, che dopo aver convinto la sua dubbiosa madre Chrissie riesce a portarsela a casa.
Klara e il sole (tratto dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro) è quindi il ritorno di Taika Waititi, che dopo l’insuccesso di Chi segna vince del 2023 torna ad abbracciare i temi a lui più affini. La famiglia, la marginalità, la fine delle relazioni e la crescita; che spesso e volentieri sono eventi concatenati e inestricabili, e che proprio per questo riescono a dare una forma originalissima ai suoi film più riusciti. Perché anche nel suo nono lungometraggio una certa “maturazione dei sentimenti” è la precisa chiave d’accesso a una durezza che accompagna i personaggi. E come sempre avviene, si viene a indagare la fase post-idillio tipica dell’età adulta che (ir)rompe la quiete. Klara (interpretata da un’ottima Jenna Ortega) in questo caso è davvero un’eccezione dentro l’eccezione: un A.F. che come accennavo prima viene presa di mira anche dai suoi simili e che altra compagnia non poteva trovare se non quella di un’adolescente cosiddetta “potenziata”, ovvero dotata di una modificazione genetica in grado di renderla infinitamente più intelligente della media.
Il passare del tempo e il cambiare delle emozioni, porta alle conseguenze più tristi. Ma è tipico del cineasta neozelandese questa disillusione nascosta, sempre pronta a colpire con una gentilezza a tratti insidiosa. Sin dai folgoranti esordi, con Eagle vs. Shark del 2007 e soprattutto Boy del 2010 Taika Waititi ha dimostrato di saper maneggiare eccellentemente la materia narrativa del coming of age ma riletto in chiave personalissima, come anche con il suo successo maggiore Jojo Rabbit (2019). E di saperlo fare mettendo i personaggi in ambienti spesso vuoti, brulli, calandoli in situazioni che senza ritegno viene da definire tragiche; come anche in Klara and e il sole, dove anzi, si avrà modo di scoprire che è proprio la drammaticità di un lutto a spingere Chrissie (Amy Adams) a prendere scelte distopiche e contronatura.
Il tema dell’I.A è certamente preso in esame, anche se tutto sommato viene fatto senza allarmismi o scivoloni catastrofisti. Grazie alla profonda affezione all’idea dell’uomo che in quanto tale è intrinsecamente imperfetto, il film sembra non avere paura di affrontare di petto la tecnologia, come quasi interiorizzandola e, ancora più importante, rappresentandola; dandole forma: Klara non è altro che un’I.A. generativa che apprende col machine learning, che in un certo momento arriva anche a scimmiottare il funzionamento del riconoscimento umano attraverso il captcha.
Klara e il sole è quindi un ritorno atteso, che insegna come sia ancora possibile insidiare l’originalità in un mondo che va via via sempre più scurendosi e che ha smesso di apprezzare il calore emanato dal sole perché forse preferisce l’ombra artificiale causata dai fumi emessi dalle macchine. Il difetto è umano, ci viene ricordato durante la visione, così come ogni deriva e ogni perdita di capacità, o di un amicizia o affetto, o di entusiasmo.