Al via il carrozzone – cioè, volevo dire, la ventunesima edizione della Festa del cinema di Roma! Si inizia quindi con il secondo lungometraggio firmato dall’attore statunitense Noah Segan, attore feticcio nella filmografia di Rian Johnson, tra i produttori esecutivi. Presentato al Sundance, fuori concorso alla Berlinale e in Best of 2026 a Roma, The Only Living Pickpocket in New York ha un titolo degno di una storia post apocalittica. Quest’ultimo a cui si fa riferimento è John Turturro ovvero Harry Lehman, ladro appunto “analogico” in questo mondo in costante aggiornamento tecnologico.
Come una gazza ladra, il suo sguardo si posa veloce sulle invitanti borsette e sui costosi orologi dei passeggeri dell’infinita metropolitana newyorkese, unico vero guizzo nella figura strampalata di Harry. Avvolto da un cappotto grigio cammina da una parte all’altra della città, per rubare, portare il bottino al banco dei pegni di Ben (Steve Buscemi) e prendersi cura della nuova compagna ridotta a un vegetale (Karina Arroyave) e che tanto ama. Sinché la maestria e l’esperienza non lo tradiscono, derubando il ragazzo sbagliato cioè un ridicolo Dylan (Will Price), ladro della GenZ.
Come nel suo esordio Blood Relatives (2022) – dove recita anche – Segan racconta di uno scontro/confronto generazionale. Se nella prima commedia horror erano secoli che separavano il padre vampiro e la figlia protagonisti, in questo poliziesco della terza età Lehman fa i conti con la sua arte, il furto, che evidentemente si è modernizzata come gli elettrodomestici e la telefonia mobile. Un aggiornamento che non comprende e con cui non riesce a sintonizzarsi ma davanti al quale anzi annaspa anche solo per concepirlo. Un aggiornamento che lo frega e lo beffa.
In The Only Living Pickpocket in New York Segan si limita quindi a stare dietro la macchina da presa e in avanguardia schiera appunto Turturro, Buscemi, Giancarlo Esposito (che del temibile Gus Fring non ha più nulla, anzi, è un poliziotto sull’orlo della pensione che mogio porta con sé un mazzo di foto segnaletiche di ex detenuti come fossero carte da memory; ce lo immaginiamo ripudiare l’archiviazione digitale), Jamie Lee Curtis. Volti famosissimi e, soprattutto i primi tre, testimoni di un immaginario crime e gangster. Immersi nelle altrettanto affollate e rapide strade newyorkesi, con in sottofondo tanto iconico jazz, ci sembrano dire che non è più un paese per vecchi.
Gli orologi ormai sono composti da materiale scadente perché si comprano in siti di fast fashion, il cash non conta più, tutto è smaterializzato, la ricchezza come il suo furto. E o ti aggiorni o perisci nell’intento di resistere. C’è da chiedersi quindi se Segan sia troppo romantico o troppo ingenuo nei confronti di Harry e gli altri, che se da una parte sono più “materici”, preferendo il fermo all’hacking, dall’altra sono più ottusi: padri che hanno abbandonato moglie e figli, incapaci di prendersi le proprie responsabilità.
Anche se probabilmente la risposta è ben chiara: sta nell’eredità che Turturro lascia a un giovane ladro analogico che gli fa concorrenza in metro, elargendogli consigli sul taccheggio. The Only Living Pickpocket in New York sembra concepirsi come una piccola storia, più comica e malinconica che poliziesca, per poi virare a un finale eccessivamente violento date le premesse iniziali, che lo rende purtroppo poco credibile. A chi ha pestato i piedi Harry? È una questione di karma, come crede la figlia ormai adulta e madre a sua volta, cresciuta senza di lui? E dove si pone Segan, quasi quarantenne, all’interno di questo tentativo di raccontare due generazioni a confronto? Se i vecchi puzzano di nafta e i giovani sono cinici, comunque i primi sono più buoni e sinceri dei secondi. «Ma dove andremo a finire!» urla il grande schermo sui titoli di coda, come se questo mondo non fosse popolato da vecchi con lo smartphone appiccicato agli occhi. Come se il problema fosse lo strumento e non chi l’ha inventato e con quale intento.