Eri in ritardo. Il film iniziava alle 20:00 e tu stavi ancora salendo l’interminabile scalinata che portava all’ingresso del cinema, mentre a ogni gradino la parte bassa della schiena e la gamba destra bruciavano più del solito; e il dolore intensificandosi risaliva lungo il corpo. L’ingresso era libero, bastava aver prenotato, e per questo non eri preoccupato. Ma quando raggiungevi l’ingresso, ancora affannato, la maschera ti ricordava che le prenotazioni erano valide fino alle 19:50. Erano le 19:55. Intanto era riuscito ad entrare un uomo infuriato in coda davanti a te. La maschera controllava se fosse rimasto un altro posto libero. C’era. Uno solo. Eri sollevato, per lo meno la corsa non era stata inutile. Entravi nella sala e cercavi quel singolo posto che gli altri sconosciuti ti avevano riservato. Lo avevi visto subito, ma per sicurezza avevi fatto il giro della sala, perché quello specifico posto lo avresti evitato volentieri. Era l’ultima poltroncina al lato destro in prima fila. Ti sedevi esausto per la giornata faticosa e con il corpo rotto, come se gli anni che avevi addosso fossero molti più di quelli reali. Il film iniziava. Per riuscire a seguirlo dovevi tenere la testa leggermente all’indietro e il collo inclinato verso sinistra, in una posizione scomoda che prometteva di diventare sempre più dolorosa con il passare del tempo. Non vedevi Dolor y gloria da almeno sette anni e non te lo ricordavi.

Per questo eri curioso di vedere anche, a meno di un mese di distanza, Amarga Navidad, il nuovo film di Pedro Almodóvar. Era stato un caso. Non immaginavi che i due film potessero dialogare in tal modo, né che uno potesse essere la conseguenza dell’altro. Ancora meno pensavi che entrambi potessero rappresentare con coerenza i pensieri, un nuovo approccio e la messa in discussione sulla propria arte di un singolo autore. In Dolor y gloria l’estenuante dolore fisico (e, di riflesso, quello mentale) paralizzava la creazione artistica, che per il protagonista coincideva con l’unico modo di sentirsi vivo e stare bene, costringendolo in un circolo vizioso in cui l’impossibilità di creare, e più precisamente di girare un film, diventava l’impossibilità di vivere, e l’impossibilità di vivere finiva per alimentare ulteriormente il blocco creativo. E anche Amarga Navidad comincia con una situazione simile, aprendosi nel 2004 con un dolore corporale, ovvero le lancinanti emicranie di Elsa, una regista di due film di culto ora autrice pubblicitaria, ma sposta gradualmente il suo baricentro verso il dolore sentimentale degli altri e su come questo, una volta ascoltato dall’autore, possa essere d’ispirazione e trasformato in materia narrativa (in una sceneggiatura, in questo caso). Infatti la storia di Elsa non è che la bozza di una sceneggiatura fittizia (Amarga Navidad, appunto) scritta nel 2026 da Raúl, celebre e premiato regista cinematografico che tenta di liberarsi dal blocco creativo. In parallelo, la sua assistente Mònica, dopo vent’anni di collaborazione, si dimette per stare accanto a Elena, la donna di cui è innamorata, distrutta dalla morte del figlio.

Allora Raúl “ruba” le emozioni e le vicende vissute da Elena, raccontante da Mònica, le rielabora e scrive il personaggio di Natalia che si inserisce nella storia di Elsa, la quale, ispirata dalle sue amiche, ha cominciato a sua volta a scrivere un nuovo film su due donne con i loro dolori che vivono temporaneamente su un isola. Le vite di Elsa, Raúl, Mònica, Natalia, Elena e Santi (il compagno di Raúl che nella sceneggiatura fittizia è il gentile fidanzato di Elsa) si intrecciano così in un racconto lineare e coerente, visivamente caldo, ma emotivamente distante, tanto che – forse involontariamente o forse perché tutto è raccontato e niente accade veramente – finisce per escludere lo spettatore dal provare i sentimenti dei personaggi sullo schermo. Come se nella sceneggiatura scritta da Raúl (e quella scritta da Almodóvar) mancasse un vero coinvolgimento emotivo o una reale volontà empatica. Una distanza che produce una sorta di tensione percepita e non totalmente esibita, che sfocia in una discussione verbalmente violenta tra Raúl e Mònica, che ha letto la sceneggiatura e che trova inaccettabile che il suo amico (?), senza rifletterci, abbia compiuto un gesto così meschino di appropriazione e capitalizzazione delle emozioni e del vissuto altrui.

Quanto è etico parlare degli altri? Dei sentimenti degli altri. È giusto rubare il vissuto di chi ascoltiamo? Almodóvar propone un’autoriflessione autoaccusatoria riuscita e talvolta antipatica, scritta con uno sguardo analitico e paradossalmente (e/o volontariamente) distaccato e respingente, sovrapponendo e confondendo realtà e finzione, invitando noi che guardiamo a capire le motivazioni di entrambi i personaggi. Dobbiamo stare dalla parte di qualcuno?

Raúl si rende conto di aver sbagliato, forse non nel modo più giusto dato il finale. Quella che per Mònica è una violenza emotiva è servita a Raúl per continuare il suo percorso creativo individuale (come in Dolor y gloria, non si può vivere senza girare un film. I film sono più importanti della vita?). Ha sbagliato soggetto e scriverà un’altra sceneggiatura, come ci suggeriscono le mani che battono sicure sui tasti del portatile nei titoli di coda. Forse più bella di quella che abbiamo visto. Resta da chiedersi se sarà anche giusta agli occhi di chi, ancora una volta, verrà trasformato in materia narrativa.

Andavi a vedere Amarga Navidad stavolta tranquillo. Arrivavi con largo anticipo e con i dolori che non erano spariti, ma che per lo meno si erano affievoliti. Eri addirittura seduto al centro della sala, e non dovevi neanche sforzare gli occhi. Non avrai scritto un film, ma hai scritto questa recensione.