Non sono riuscito a non pensare all’incipit di Forrest Gump mentre guardavo Nobody Knows, il quarto film di Hirokazu Kore’eda. Il cult di Robert Zemeckis si apre con una piuma che svolazza nel cielo, trasportata dal vento. Sorvola gli edifici, si posa sulla spalla di un passante, viene risucchiata sotto un’auto e infine si adagia delicatamente accanto alla scarpa fangosa di un uomo seduto su una panchina. Quell’uomo, Forrest, rivolgendosi a una signora in attesa del bus, ricorda: «Mamma diceva sempre che dalle scarpe di una persona si capiscono tante cose; dove va, dov’è stata». Ho pensato a questa sequenza perché in Nobody Knows il cineasta giapponese dà molta importanza alle scarpe dei suoi piccoli protagonisti, inquadrandole varie volte nel corso del film per mostrare il progressivo declino della loro condizione di vita o per suggerire la classe d’appartenenza o l’impiego dei personaggi comprimari. Infatti, le scarpe inizialmente nuove e pulite dei bambini lentamente si sporcano e si consumano, finché non vengono sostituite da semplici infradito (quando non sono scalzi).

Tutto parte da un trasloco, ovvero dalla promessa implicita di una nuova vita. Keiko, madre di quattro bambini nati da padri diversi, si trasferisce in un piccolo appartamento di Tokyo insieme al maggiore, il dodicenne Akira, per poi essere raggiunta di nascosto dagli altri tre: Kyoko, Shigeru e la piccola Yuki. Mentre la donna passa le serate fuori casa lavorando, è Akira a occuparsi del fratellino e delle sorelle, facendo la spesa, cucinando e studiando autonomamente nella speranza di poter andare un giorno a scuola. La giornata si ripete finché questo fragile equilibrio non si spezza, quando la madre scompare dalle loro vite per seguire un nuovo interesse amoroso, lasciando ai figli soltanto pochi soldi per sopravvivere (e che presto finiranno).

Non è che cambi molto, all’apparenza. Akira già si occupava del fratello e delle sorelle prima dell’abbandono della madre e continua a farlo anche dopo la sua fuga. Eppure qualcosa muta. Il ruolo che Akira ricopriva all’interno del nucleo familiare smette di essere quello di un semplice fratello e si carica di aspettative (anche, e forse sopratutto, agli occhi dello spettatore), diventando la figura genitoriale responsabile e di riferimento che i bambini non hanno mai avuto. Ancora, deve fare la spesa, cucinare, correre a elemosinare soldi dal presunto padre, pulire la casa, inventarsi cosa e come studiare o come pagare le bollette senza conoscere bene la matematica. Un peso enorme per un ragazzino che desidera soltanto andare a scuola e avere degli amici – amici che, tra l’altro, in un primo momento, riesce a trovare, ma che prima lo abbandonano perché non vuole rubare, poi lo sbeffeggiano a causa del brutto odore di casa sua (l’odore, come in Parasite, che assume un ruolo di separazione sociale).

Le scarpe intanto si sporcano e si consumano.

Kyoko sogna di poter suonare un vero pianoforte invece del piccolo giocattolo che possiede, mentre Shigeru e Yuki vorrebbero stare con la madre e uscire dal piccolo appartamento in cui sono costretti a rimanere. Ma è quando emergono anche le fragilità di Akira, accompagnate da un crescente disinteresse per l’altro (o una sorta di apatia), che l’equilibrio già precario che stava costruendo si sgretola definitivamente, influendo sulla pulizia della casa, sulla routine e sulle condizioni di vita di sé stesso e degli altri bambini in generale.

Le scarpe scompaiono. La corrente viene staccata e l’unica fonte di luce viene dal piccolo terrazzino ormai occupato dalle piante troppo cresciute. L’acqua non esce più dai rubinetti, ma deve essere recuperata al parco. È una tragedia con un suo culmine più volte suggerito, ispirata al cosiddetto “incidente dei cinque bambini di Sugamo” del 1988, che Hirokazu Kore’eda non estetizza mai, ma che osserva, rifacendosi anche alla sua precedente esperienza nel documentario, con il suo sguardo gentile ormai diventato una costante nella sua filmografia. Accompagna il lento processo di disfacimento fino al suo terribile apice osservandone tanto le conseguenze materiali quanto quelle emotive, soffermandosi continuamente e dando importanza ai più piccoli dettagli, e arricchendo ogni immagine di silenzi pieni di dolore suggerito.

Eppure, nel finale, non rimane solo la tragedia o l’abbandono (chissà dov’è la madre, chissà se li pensa). I bambini vanno a recuperare ad un alimentari del cibo. Camminano insieme e creano una rete sottintesa che fino a quel momento risultava assente (che mancava a loro, in questo caso, ma volendo estendere il discorso è una rete che manca anche al sistema di protezione per l’infanzia). Una camminata che ha in sé una promessa, ovvero collaborare e prendersi cura gli uni degli altri.