Ecco la versione femminile dei fratelli D’Innocenzo. Nate negli anni Novanta ma nel profondo-nord-rispetto-a-Tor-Bella-Monaca, le acconciature allucinanti, le stelline adesive e i tatuaggi delle Sorelle Bertani arrivano prima del loro esordio, Le bambine, finalmente sul grande schermo, dopo una lunga gestazione iniziata nel 2022, approdato a Locarno l’anno scorso. Nicole e Valentina, che sino ad ora hanno realizzato cortometraggi e pubblicità (e la seconda, da sola, ha firmato un documentario presentato alle Notti veneziane a Venezia79, La timidezza delle chiome), non mancano alcuna occasione per ribadire che Le bambine è tratto da una storia vera, la loro storia.

In una Ferrara estiva della fine degli anni Novanta (che ricorda tanto la Lumberton di Blue Velvet, ma mille volte più uggiosa), le sorelline Azzurra (Agnese Scazza) e Marta (Petra Scheggia) affrontano le solite vacanze dei bambini che hanno entrambi i genitori lavoratori: in città, spesso in casa, con un babysitter (Milutin Dapčević), se va bene. E come se non bastasse devono anche affrontare la crescita, la ribellione, una strana magia che avviene quando si corre indossando il body. Ad infrangere la monotonia e le poche certezze rimaste arrivano la coetanea Linda (Mia Ferricelli) e la neanche troppo adulta mamma Eva (Clara Tramontano); anche se a onor del vero, il genitore tra le due sembra la ottenne.

Non è semplice scrivere e realizzare un film con e sui bambini, non è semplice parlare d’infanzia, seppur sia dominio di tutti, una fase della vita. Si può incorrere in due rischi: il primo, di rivolgersi all’immaturità anagrafica con stupidità e frivolezza (rappresentato dal tono ridicolo della vicina di casa/Marianna Folli); il secondo, al contrario, di rendere gli infanti degli adulti in miniatura, perché chi scrive, che è adulto appunto, è incapace di riabitare quel periodo della vita. Le bambine invece è vincente e avvincente perché si riappropria dell'infanzia e di un sentimento che spesso gli adulti dimenticano che gli appartenga, forse nella misura più pura e grezza: la crudeltà.

La maggiore Azzurra è insofferente con la minore Marta, che rispetto alla prima è meno sfrontata e più fifona ma sincera. Linda è vittima di Eva, ma con la testa incassata tra le spalle e lo sguardo truce è la bulla delle nuove amiche di poco più grandi di lei e di chiunque le capiti attorno. Come è crudele questa Ferrara, l’immaginario (!) delle Bertani che soffoca la cittadina e i suoi lunatici, strambi e mostruosi abitanti, che falsissimi già recitano nella vita, in un 1:1 dolaniano che solo alla fine del film si espande: quando Azzurra, Marta e Linda corrono verso le giostre.

È spaventoso dunque parlare d’infanzia, affidare a esili corpi sofferenza e turpiloquio, strumenti apparentemente da grandi che in realtà è già da piccoli che si iniziano a scoprire, emulando i genitori. Le sorelle Bertani trattano Azzurra, Marta e Linda come adulte, partendo dai loro abiti, accompagnandole in questo desiderio precoce e fisiologico di crescere. Ne Le bambine è possibile cogliere lo sguardo pieno di una giovanissima innamorata (perché sì, anche da piccoli ci si innamora e già delle persone sbagliate), è possibile andare in discoteca, come Lucignolo e Pinocchio nel Paese dei balocchi. Ma sempre come il burattino che ridotto ad asino piange spaventato desiderando casa, anche le tre protagoniste si accorgono che forse è troppo, forse è meglio rimanere ancora un po’ piccole. Su E ti vengo a cercare (versione del C.S.I.) Linda finalmente crolla, ammaliata sì dal baccanale ma terrorizzata e stanca del gioco e dell’amore di cui è sempre stata privata. Scala la piramide di carne che a rallentatore si è formata al centro della pista, il suo volto piccolissimo illuminato dalle luci stroboscopiche mentre urla a perdifiato «mamma», piangendo a dirotto. Una richiesta d’aiuto che si sa che non verrà accolta e che per questo accappona la pelle.

Ne Le bambine la fascinazione per la malvagità e per l’oscurità danza coordinata con un fortissimo e giovanissimo anelito di vita, di spensieratezza e felicità, guardando, chissà se consapevolmente, a Favolacce, It, E.T. come anche a Trainspotting e Stranger Things. Fate largo! È il turno della generazione technazza, dei veloci, dei brillantini e delle frangettone, dei registi tatuati, che porta avanti la nuova autorialità italiana, che ambienta le sue storie nella provincia e individua ancora una volta nella famiglia l’istituzione cardine della società, narrandola, criticandola, infrangendola, insozzandola e riformandola; come da buona eredità della commedia del Bel Paese. Ma in un mondo di Sossai, Samani, Bozzelli e Abbruzzese, le sorelle Bertani, che firmano un esordio emozionante e audace seppure gigante e giustamente imperfetto, saranno probabilmente altrettanti unicum come quelli già citati. In questi tempi troppo rapidi Le bambine non lascerà il segno, ma rimarrà oggetto da collezione, un’edizione limitata, uno spinoff della serie Il Cinema Italiano, un calzino spaiato. Sarò pronta a ricredermi.