Per la seconda edizione di fila abbiamo un Amleto nella sezione Grand Public della Festa del cinema di Roma. L’anno scorso Hamnet di Chloé Zhao riscosse un sentito successo di pubblico e critica e la commozione in sala era tangibile. Su quest’ultimo fronte Elsinore di Simon Stone (regista sia del grande schermo che di teatro), presentato al Telluride Film Festival, non è da meno.
Nel 1989 Ian Charleson (Andrew Scott) vive a Londra e la gente per strada lo riconosce per aver interpretato otto anni prima il protagonista di Momenti di gloria di Hugh Hudson, film che viene ricordato sostanzialmente per la sua iconica colonna sonora piuttosto che per l’intreccio. Dice che avrebbe voluto fare cinema seppure ne parli come di un linguaggio che fa a pezzi l’attore, che invece in teatro riesce a donare tutto se stesso, a esserci appieno nel contatto strettissimo con il pubblico. Ian sembra insoddisfatto, come in cerca di una svolta, e diciamo che arriva: una piccola macchia scura sulla tempia destra, simile a quelle che scorge su alcuni suoi amici. Gli diagnosticano l’AIDS e quasi nello stesso momento il regista Richard Eyre (Johnny Flynn) gli propone di interpretare l’Amleto al National Theatre, dato che il ruolo del principe di Danimarca è stato appena platealmente abbandonato da Daniel Day-Lewis durante la prima replica.
Che fare? Accettare senza remore l’occasione della vita o dedicarsi al riposo assoluto e alla cura per strappare qualche anno in più alla morte, come gli consiglia la dottoressa Margaret Johnson (Olivia Colman), luminare dell’epoca sulla malattia? Ian sceglie entrambe le opzioni e così comincia una corsa contro il tempo che tinge di colore (tranquilli, soltanto metaforicamente) gli ambienti interni ed esterni del film, fedelmente uggiosi come Londra si manifesta. Grigia ma anche sardonica. Nessuna pietà per i malati, men che meno per gli attori orgogliosi: la battuta è sempre dietro l’angolo così le tavole del palcoscenico del National Theatre, inquadrato dal basso nella sua imponenza, si estendono nella casa di Ian, nelle corsie dell’ospedale, nei vicoli su cui si affacciano le uscite di sicurezza.
Elsinore non si limita quindi a raccontare l’ultimissimo periodo della vita di Ian Charleson, ma riesce a immergere chi guarda in un periodo storico, in un ambiente ben preciso. Vestiti, mobilio, locali, correnti artistiche: si è certi che il mondo là fuori considera l’AIDS la “malattia degli omosessuali” ma quello di Ian è già oltre. Oltre il pregiudizio, oltre la giustificazione, oltre il permesso di essere ciò che si vuole essere. Lo dimostrano uomini vestiti da fate e suore che sembrano vagare per la città distribuendo preservativi perché «se non metti il guanto non ami davvero», gesto di totale autogestione civile. E proprio sul conflitto tra mondo esterno e interno, il primo parruccone della gente normale e il secondo degli artisti, svampito e consapevole, che Ian e il regista Derek Jarman (con cui ha esordito al cinema: Jubilee, 1978) discutono, trovandosi in disaccordo.
Jarman inveisce contro Ian perché non ha dichiarato pubblicamente di essere omosessuale e malato come lui, mancando l’opportunità di essere un simbolo per la sua causa. Ma per Ian le priorità sono altre: è un attore, il suo compito e la sua responsabilità sono la glorificazione della vita attraverso l’arte. Il suo mestiere consiste nell’indossare i panni di qualcun altro per scomparirci dentro e rinascere, per quell’altro da sé che lo vedrà sul palcoscenico e si emozionerà. Sta in questo la scommessa di Ian, contro la dottoressa Johnson e contro il mondo: glorificare la vita e non preservarla. E l’arte, la propria realizzazione in generale, può dimostrarsi il migliore strumento.
Elsinore potrebbe essere un semplice e mimetico biopic, un ennesimo “tratto da una storia vera”, un giocattolo per attori che interpretano altri attori di sterile fattura metateatrale. Invece è un inno, alla vita e all’arte, un invito a mangiarsela la vita per creare qualcosa di meraviglioso, come lo è Andrew Scott, che brilla così intensamente da accecare. Senza oscurare i comprimari, occupa tutta l’inquadratura con le mille sfumature che dona a Ian, tanto che non è Charleson che sta interpretando ma nient’altro che un eroe della storia più ancestrale e universale che si possa immaginare. Il dato reale non ha alcuna importanza, anzi è solo ispirazione, un pretesto per Stone, la cui breve filmografia è tutta tratta da drammaturgie, romanzi ed eventi storici.
Ian è Amleto come lo è Andrew, come lo siamo tutti noi, ogni giorno spettatori degli eventi della vita e attori quando agiamo attivamente per sconvolgerla, rubando il nostro personalissimo momento di gloria, in barba alla mortalità.