Control the narrative. Prima ancora che lo spettatore (che poi sarei io) riesca a mettere a fuoco la trama di Digger, è il film stesso a rivelarsi per quello che è davvero: uno spettacolo registico-scatologico sulla fine del mondo, sulle persone che l’hanno causata, sulle conseguenze che stiamo provando sulla nostra pelle e che proveremo ancora per molto tempo. Ma anche sul modo in cui la società cambierà drasticamente, dopo l’alba di una disastrosa crisi climatica. Quindi, Curtis (Tom Cruise) è un affermato attore, protagonista di uno spettacolo “tratto-da-una-storia-vera” intitolato Fossil Fools e che racconta dello strapotere della famiglia Rockwell e nello specifico di Digger; magnate dell’industria petrolifera e fautore di un incommensurabile disastro ambientale partito dalla Groenlandia. Un enorme iceberg naviga a vele spiegate verso l’Europa col rischio di inondarla e causare milioni di sfollati e danni da «one thousand three hundred trillion dollars!».   

Già a questa altezza della trama i riferimenti direttissimi alle figure del presente saltano all’occhio: il presidente Compson (John Goodman) è Trump, che si circonda di una serie di adepti più simili ai membri di una setta che persone in carne ed ossa; subdolamente incalzato dal capo di stato maggiore Fitzgerald per una risoluzione del problema che prevede un bombardamento incondizionato dell’iceberg – ricordate quando Trump, circa un anno fa, ha firmato l’ordine esecutivo per rinominare il “Dipartimento della Difesa” in “Dipartimento della Guerra”, mettendo al comando Pete Hegseth? 

Il consiglio del Presidente si riunisce quindi nella magione, sicura da occhi indiscreti, di Digger, dove facciamo la conoscenza del dr. Nirav Ganesh, direttore della sicurezza ambientale che mostra dati e snocciola pericoli imminenti – e qui mi è impossibile non pensare a Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba di Kubrick. Il danno è fatto. È irreparabile, e va comunicato ai governi europei. Ecco che Digger tira fuori l’idea geniale: basta controllare la narrazione, usare l’IA per oscurare le parole pericolose, insomma, controllare la realtà attraverso il racconto.

Dr. Ganesh speaks the truth. C’è un solo grosso problema in Digger, mi sembra. Ed è tutto ciò che riguarda la sottotrama intima di Curtis, la momentanea scomparsa della figlia, e il successivo ritrovamento. Difatti ho la sensazione che il film di Iñárritu oscilla pericolosamente nei momenti in cui torna a raccontare della famiglia di Curtis, e che questo sia alla fine solo un espediente per riempire quei vuoti tra un blackout e l’altro, come se mentre il film che va a crearsi magnificamente si svolge altrove, il personaggio di Cruise venga riempito di battute senza un’effettiva utilità.

Perché sì, Digger è un film incredibile sotto alcuni punti di vista: è girato magistralmente e gestito altrettanto bene nei tempi, fotografato eccezionalmente dal sodale Emmanuel Lubezki, interpretato ad hoc da un cast formidabile. Però ecco, c’è questo senso di squilibrio che non sono ancora riuscito a superare, tra il fatto che l’operazione che circonda il film è altissima ma quei vuoti (come anche lo scontro piagnucoloso tra Curtis e Hannah, la regista teatrale) lo trattengono ancorato al suolo. E con “operazione che circonda il film” mi riferisco al fatto che Iñárritu tocca delle corse teoriche vertiginose, quando dimostra come la rappresentazione della crisi, oggi, ha preso una perturbante deriva rispetto l’azione diretta dello spettatore; lo stesso che non può più influire sul corso degli eventi, appunto, catastrofici di cui è vittima. È uno scollamento, una reale scarnificazione del dispositivo cinematografico incalzata da dei leitmotiv orecchiabili e sempre più intricata, labirintica, contemporanea.     

Faith! In conclusione, mi pare di capire che l’imperativo dell’arte sia ormai quello di fotografare e/o descrivere la fine dei tempi, e farlo nei modi più diversi possibile. E non dipende dal fatto che scrivere è un convinto catastrofista (cosa che peraltro non sono per niente). Mi sembra però che affrancarsi dalla fine del mondo, dall’eco-ansia, dalla dipendenza da social ecc. siano i temi di un presente fatto di cospirazioni, dietrologie, messe in scena. Ed è un po’ a questo che mi riferisco quando parlo della brillantezza di Digger, del suo saper “scarnificare” il dispositivo cinematografico dalla pesantezza dei temi disperanti. Uscendo dalla sala, ero talmente coinvolto che mi sono messo a cercare una di quelle maschere che il pubblico a teatro, dopo la fine di Fossil Fools, indossa prima dei titoli di coda di Digger. È stato strano…