Al centro del suo debutto al Romaeuropa, il performer e artista contemporaneo Pankaj Tiwari – originario di Balrampur – mette al centro un’indagine intima e personale nei confronti della memoria e della sua capacità di muovere i sentimenti sommersi dentro ognuno di noi. Indifferentemente dalla provenienza geografica o di classe, sembra suggerire con The Harvest of Broken Promises, la memoria è quell’elemento primario in grado di attivare, come un effetto domino, tutti gli altri sensi: olfatto, udito, tatto, gusto, vista. La manualità dell’agricoltura, con i suoi tempi in rapporto con il passare delle stagioni (non è una scelta, ma uno «stile di vita») è proprio il meccanismo attraverso il quale Tiwari racconta della sua esperienza vissuta in prima persona, della sua storia familiare, e del modo con cui viene a crearsi una perturbante concatenazione tra l’appropriazione di elementi naturali (piante, semi, alberi) e la macchina senz’anima di un capitalismo sfrenato e ultra-moderno. E il racconto, qui, è da intendere alla maniera di un’enunciazione attiva da parte di Tiwari, che dal primissimo istante sta sulla scena a plasmare la terracotta per realizzare un dehri, un vaso tradizionale utilizzato per la conservazione dei semi. 

È quindi il seme il centro del discorso che il performer indiano porta avanti. Il seme è quell’unità minima distintiva a tratti magica, che resiste alle intemperie e germina con sorprendente salubrità; a volte anche contro ogni pronostico. È l’unità minima che scandisce il tempo, perché perfettamente allineata, in quanto cosa della natura, con il corso della natura. Ma è anche un motivo di sopravvivenza per la sua gente, la sua famiglia e il suo villaggio in primis: il seme raccolto viene infatti conservato nei dehri, presenti anche in scena e sui quali vengono proiettati dei video – a cura del regista Prabhash Chandra. Documentari sull’agricoltura intensiva si alternano a frammenti di vita del suo villaggio di nascita, o ancora, ombre che disegnano ponti di passaggio e persone che li attraversano. 

Il dehri in effetti è utile a comprendere il passaggio estremo che è stato compiuto, in termini storici, dalla naturalezza della cura “domestica” all’archiviazione dei semi ad opera degli oligarchi occidentali – che ora vedono in questi la ricchezza del futuro. Ma il raggiro sta soprattutto nel metodo: il brevetto, questa forma di tutela della proprietà intellettuale, nasconde in realtà una conseguenza innaturale; ovvero la non-riproducibilità del seme. Una volta introdotto nel sistema, comprende anche l’acquisto incessante di nuovi semi, visto che gli organismi geneticamente modificati non consentono la possibilità di essere ripiantati, a differenza di quanto accadeva prima.

The Harvest of Broken Promises è strutturalmente propenso all’accompagnamento e alla denuncia, rifuggendo i toni dell’aggressività, operazione possibile anche grazie al tappeto sonoro di sottofondo della musicista iraniana Nazanin Yalada nato dall’unione delle sonorità tradizionali del sētar e di elementi elettronici; così da conferire ulteriore movimento alle parole di Tiwari. L’intimismo portato in scena consente un raffronto che si dilata nel tempo, e infierisce sull’idea stessa che si ha del settore primario e del cibo che consumiamo: l’invito è proprio quello di pensarlo, come già facciamo con altri temi come il vestiario o la mobilità, sotto un punto di vista politico. Questa del performer indiano è dunque l’ultimo di una serie di lavori che affrontano la memoria e la performatività, come in Violenza 2025 e Paper Planes. In questo caso ad irrompere nella narrazione però sono anche i dati, riguardanti i costi in vite umane, che la politica neoliberista indiana ha adottato a partire dal 1995: si stima che a causa dell’incertezza economica sorta per far fronte alle nuove pratiche di sviluppo, quasi quattrocentomila contadini si siano tolti la vita. Sono numeri impressionanti, soprattutto perché dimostrano quanto, ancora una volta, il mercato e il capitale siano spaventosamente freddi nell’affermare dei modelli economici e lavorativi devastanti per le popolazioni autoctone, che schiacciate dall’invadenza di raggiri e promesse aleatorie, finiranno per soccombere e piegarsi. 

Ma nel racconto e nella trasmissione di storie (come la fiaba, che dà inizio a tutta la messa in scena) sembra celarsi la speranza che tutto non vada perduto. E se prima del segmento finale il tono della recitazione raggiunge la vetta della commozione, Tiwari conclude elencando una lunga serie di piante e alberi in via di estinzione, spiegando che non c’è dissoluzione quando la memoria resiste, come diceva suo padre, in più di cinque persone. Se più di cinque persone ascolteranno una canzone, non sarà perduta. E se più di cinque persone ricorderanno un defunto, la sua memoria sarà intatta.