Nel 2017 Ammore e malavita dei Manetti Bros. era in concorso proprio a Venezia. E in qualche modo Rider me lo ricorda, ma da Napoli saliamo sino a Milano. In chiusura alla Settimana Internazionale della Critica, Roan Johnson lo dirige, scrive e ne compone le musiche insieme a Davide Pavanello, in arte Dade, musicista e produttore.

Del capoluogo lombardo si vedono i grattacieli, le strade grandi, una certa ricchezza e il suo conseguente divertimento che entra in contatto con le classi più povere, le sue inflessioni. Sami (Lorenzo Aloi) fa il rider e, a detta sua, ha smesso di sognare. È quasi scoccata la mezzanotte dell’1 gennaio quando deve consegnare un chilo di sushi ad una festa privata. Durante il tragitto viene investito, si rompe la batteria della bicicletta e una volta raggiunto l’indirizzo, il padrone di casa, evidentemente alterato da alcol e droghe, quasi lo costringe a restare. E per fortuna, perché in un ambiente sicuramente molto distante dal suo conosce Nia (Kaze), aspirante interior designer con la quale scatta un’intesa.

Un piccolo capitolo, forse quello decisivo, della vita di Sami, che nell’intento di difendere una possibile vittima si trova per errore a danneggiare il carnefice permanentemente. E si dispiega tra thriller, commedia romantica e musical. Ma è proprio in quest’ultimo genere che risiede la peculiarità di Rider, chiamando all’appello, in ruoli marginali o in comparse, cantanti italiani di varia celebrità, che interpretano anche le musiche. Dalla stessa coprotagonista Kaze a Rosa Chemical, da Levante a Margherita Vicario, passando per Ensi. Il rap è il linguaggio principale con cui si esprime Rider e le battute in metrica persistono anche quando non c’è musica. Aloi guarda spesso fisso in macchina, come in un videoclip, cercando un contatto stretto e intenso con lo spettatore e ci riesce.

Tra la dura legge della strada e sogni ad occhi aperti (Sami che al posto della bicicletta monta un cavallo bianco indossando lo zaino per consegnare gli ordini), Johnson racconta ancora una volta la giovinezza, sogni infranti e altri da immaginare e conquistare. Alcuni dei suoi giovani sognatori sono diventati grandi, come Claudio Santamaria e Paolo Cioni, due dei tre protagonisti del tenero I primi della lista (2011), che qui interpretano uno il padre ex tossico di Sami e l’altro un poliziotto. E se Santamaria e Cioni immaginavano la rivoluzione, Sami e Nia desiderano ristrutturare un ristorante colombiano, il primo per non fare più il rider e assumere la madre, la seconda per arredarlo.

Rider cerca di essere uno spaccato generazionale, affrontando vite perse, arrabbiate e umili impiegate in lavori altrettanto umili, con in sottofondo sonorità e voci di cantanti contemporanei e sulla cresta dell’onda. Il ritmo è coinvolgente, sfrontato e spontaneo e in mezzo a tanti classici drammoni in qualche modo spicca. Appare sì come un’opera griffata da tutti i volti noti che sostanzialmente interpretano se stessi ma intrattiene con la musica e con un modo di guardare alla città attraverso un montaggio veloce e ampie inquadrature su strade e palazzoni, che ne marcano la grandezza e la corruzione e catturano.

Peccato che di questo coming of age musicale proprio la musica via via viene a mancare, lasciandosi indietro la sua vera specificità. E che ce ne facciamo di battute semplicemente recitate in rima? Attendiamo una seconda collaborazione tra Roan e Davide.