Chissà se gli Usine Baug hanno intercettato la pubblicità su Rai 3 della rimessa in onda di Report di qualche anno fa, in cui si sentiva bury a friend di Billie Eilish. E anche Noir, l’ultima produzione della compagnia che debutta proprio al REF, se ne serve proprio all’inizio, dopo i consueti saluti e presentazioni di ciò che lo spettatore si appresterà a scoprire. Chiaramente non avranno voluto citare il programma, è un brano così celebre. Ma è comunque curiosa la coincidenza, dato che Noir è un’indagine.

E non è inopportuno scomodare anche Chi l’ha visto, sullo stesso canale. Ermanno Pingitore, Stefano Rocco e Claudia Russo di nuovo prendono in carica la storia di qualcun altro. Questa volta l’assistito è Angel Forloi, un giovane documentarista, ritiratosi nel piccolo e troppo quieto paese di Val Padone, in Nord Italia, nella casa ereditata dai nonni. Come spesso accade ai forestieri, la sua figura è ammantata di storie e descrizioni contrastanti, cucitegli addosso dalla gente del posto. Non era temuto ma di certo non si sarebbe definito un tipo apposto: educato, stravagante, riservato. Angel scompare il giorno del suo compleanno e la sorella Laila, seppur lontana, ne sente quasi le energie diradarsi piano, corre in paese e coinvolge chiunque nelle ricerche.

Non ha alcuna connotazione precisa ma il palco degli Usine Baug potrebbe tranquillamente rappresentare un commissariato dei film più iconici su investigazioni e cronaca nera. Nero come il titolo, come la scatola scenica, come i vestiti dei tre attori, come la strumentazione, che al massimo raggiunge la scala dei grigi. Un telo sul fondo, qualche tavolo con ai piedi delle rotelle, lampade, delle strane persiane senza finestre, una telecamera, un computer. Le uniche note di colore sono gli sticker sul retro del desktop, le scarpe dei tre, verdi, e gli infiniti modellini realistici che man mano si scopriranno durante lo spettacolo.

Anche Angel Forloi sembra aver perso i suoi colori, ammesso che li abbia mai avuti. È impossibile coglierne l’effettiva essenza, troppo irrisolto per intraprendere un’unica direzione nella vita, prerogativa degli adulti. Non aveva neanche la patente e se Margareth Thatcher fosse stata viva l’avrebbe considerato un fallito! Prima di scomparire immaginava un documentario, aveva già iniziato a girare e avrebbe parlato del mondo fuori da lui e di quello dentro di lui; entrambi abbastanza incasinati.

Gli Usine Baug, con voce dritta e priva di alcuna inflessione emotiva, sono gli intermediari di tutta la gente che hanno incontrato, del girato che hanno visionato, dei luoghi che hanno visitato e dei rapporti che sono stati redatti. In un costante esercizio di regia, masticano, risputano, rielaborano l’indagine. Un dettaglio qui, una prova là, eppure ciò che resta è l’oblio. Per fare chiarezza e accennare qualche risposta ai mille interrogativi i tre ricostruiscono: plastici in scala della casa di Angel, del bosco vicino casa, di una ghiacciaia, paesaggio naturale che avrebbe voluto riprendere; o forse è la Luna dell’Orlando Furioso, dove va a finire tutto ciò che si perde? E in questi ambienti tantissimi omini sono mossi dai tre attori, oppure si riposano o guardano alla finestra l’apocalisse che incombe. La telecamera li inquadra e proiettati direttamente sul telo diventano grandissimi, ma sempre infinitamente piccoli rispetto alla storia di Angel, ai plastici e ai disastri ambientali che incombono. E in questo dialogo tra scale e prospettive è semplice immedesimarsi.

Della realtà gli Usine Baug, come molti altri colleghi nazionali e internazionali, nel teatro e nel resto delle arti, non riescono proprio a farne a meno. La verità di Angel Forloi non è la stessa del G8 di Genova di Topi (2021), né dello stabilimento siderurgico a Taranto di Ilva Football Club (2022). Eppure è una piccola storia, come quella di ciascuno di noi, che si intreccia a storie più grandi, generali, in cui non c’è un io narrante ma una coralità inanimata. Sono i conflitti, sono le crisi climatiche, ce n’è per tutti i gusti. Valanghe che travolgono chi è già fragile e fatica ad alzarsi al mattino. I confini della storia di Angel sono così labili che chiunque può purtroppo rispecchiarcisi, immedesimandosi in uno dei numerosi pupazzetti antropomorfi che proiettati sul telo osservano inermi e senza vita un vulcano che erutta.

Il tedio è generazionale, è vecchio come il mondo? Angel si è perso nella sua stanza, che sembra la casa di Topi, in cui il protagonista veniva invaso dagli animali e dalla Storia. Non ha fatto in tempo a vivere, a prendersi la patente. Sono poche le parole che gli sopravvivono, in una lettera alla sorella Laila: «Ho un cuore pigro, voglio soltanto andarmene». La forza di Noir non sta nell’aver ancora una volta preso in ostaggio un fatto (forse) realmente accaduto, ma di averlo trasformato in una storia, rivolgendosi al genere – appunto il noir –, raccontandola con la parola, con l’inquadratura, con il modellismo, in un costante intreccio di sguardi e montaggi, che intrattiene con il fiato sospeso. Plurimi livelli e linguaggi, prassi nel teatro contemporaneo, ma nelle mani di chi sa raccontare diventano strumenti per comunicare meraviglia, vertigine, angoscia. Per connettere tutta la gente sconosciuta seduta lì di fronte al palco.

Angel, di cui ormai ognuno immagina un diverso epilogo, è icona dei falliti di Val Padone e di tutto il mondo. Ognuno ne trarrà la propria silhouette ma due cose su di lui sono certe: una maglietta con su scritto “scansafatiche” e l’abitudine, la notte, di guidare nelle strade deserte delle valli la sua Fiat Panda rossa, che nel plastico tra le mani di Claudia Russo danza libera, come animata da un bambino, simile ad Elliot e E.T. sulla bicicletta, in cielo verso la Luna. Un guizzo, quest’ultimo, un gioco irresponsabile che forse potrebbe salvarci tutti.

Fotografie di scena di Cosimo Trimboli