Ci sono troppe immagini nel mondo. La loro presenza e l’incessante riproduzione permeano ogni istante delle nostre vite, fino a imporsi come elemento costante, forse indispensabile, dell’esperienza quotidiana. I social sono la sintesi di questa tendenza, ormai diventati un accumulo di meme, pubblicità, vite individuali – o almeno di una loro selezione pensata e costruita consciamente, che consente di scegliere quali e quanti eventi integrare o scartare dal proprio vissuto –, di video motivazionali e di notizie tragiche o meno; un accumulo informe che appiattisce e confonde le immagini, attribuendo a ciascuna la stessa rilevanza. A questo si aggiungono le intelligenze artificiali che “inventano” nuove esperienze, ritoccando e manipolando con impensabile facilità volti, corpi e situazioni, generando dal nulla pensieri convertiti in parole. In un simile scenario, come possono le immagini sopravvivere in periodi temporali dilatati? Come evitare che scadano, che restino soltanto copie di copie o che si perdano nel caotico marasma del presente? E in che modo restituire loro la singolarità e l’importanza di cui necessitano?
Jia Zanghke con il suo ultimo film, Generazione romantica, sembra muoversi in direzione opposta rispetto alla logica della produzione incessante e della sostituibilità dell’immagine tipica del presente, e anziché puntare a creare qualcosa di interamente nuovo sceglie di tornare indietro, a un tempo già vissuto e già tradotto in spazio, viaggiando tra riprese inedite, materiali scartati e frammenti dei suoi film precedenti, (ri)componendo la storia d’amore tra Qiao Qiao (Zhao Tao, presenza costante nei film del regista cinese da Platform del 2000) e Guao Bin (Li Zhubin), girandone soltanto l’ultima parte. Il risultato è una storia inizialmente incerta e piena di vuoti narrativi che prende forma apparentemente senza una sceneggiatura definita, priva di un vero punto di partenza e di una conclusione, ma che ha come base una sincera (ri)lettura temporale e personale della propria vita-carriera (e della vita-carriera dei suoi attori), nonché un’analisi sul ruolo e sulla responsabilità di chi produce immagini, maturata evidentemente durante il confinamento imposto per la pandemia di COVID-19.
Comincia nel 2001, a Datong, nel nord della Cina. Qiao Qiao, operaia, ma anche cantante, modella e intrattenitrice nei locali notturni, ha una relazione con il suo manager, Guao Bin. Con il passare del tempo, l’uomo sceglie di lasciare la città per trasferirsi in un’altra provincia, con l’obiettivo di migliorare la propria situazione economica e tentare la fortuna dedicandosi a varie attività losche. Dopo molto tempo senza sue notizie, nonostante la promessa di rivedersi, Qiao Qiao parte alla sua ricerca. Quando finalmente riesce a rintracciarlo e a incontrarlo, decide però di allontanarsi da lui. I due si ritrovano casualmente molti anni dopo, ormai invecchiati, in una Cina profondamente cambiata e segnata dalla pandemia.

Le nuove immagini girate nel presente conserverebbero una loro vita, seppur frammentaria, ma perderebbero gran parte della loro forza senza la linearità costruita dal rapporto coerente con quelle preesistenti. Gli stralci provenienti dai film precedenti del cineasta come Unknown Pleasures (2002), Still Life (2006), Al di là delle montagne (2015) o I figli del fiume giallo (2018) – tutte opere che già ragionavano sulle epoche, sul passaggio del tempo, sul mutamento dello spazio e sui cambiamenti culturali, sociali ed economici della Cina –, acquisiscono sensi inediti e amplificati. Qui le immagini non vengono trattate come oggetti di consumo immediato, ma come un sedimento che può essere riscoperto e riattivato nel presente. La loro esistenza, quindi, non è data per scontata, ma diventa l’occasione per rivelare un nuovo potenziale poetico e politico.
Generazione romantica si configura di fatto come un atto di resistenza e di cura archivistica, senza che quello di Jia Zanghke appaia come un gesto nostalgico o puramente estetico, ma come un vero e proprio ragionamento teorico sul cambiamento della Cina e, per estensione, del mondo, osservati attraverso le immagini che seppur finzionali lo hanno raccontato e continuano a raccontarlo. Personaggi diversi, catturati dall’evolversi dei formati e delle tecniche di ripresa, che si sovrappongono fino a diventare lo stesso; corpi che invecchiano, che si affaticano, mentre le distanze si ridefiniscono, con la macchina da presa che, ad esempio, nel presente del COVID abbandona quasi del tutto i campi lunghi del passato per avvicinarsi definitivamente ai soggetti che invece sono costretti a mantenere le distanze imposte dalla pandemia. Gli ambienti immensi che contenevano chiunque si muovesse al loro interno, oggi, nell’epoca delle piattaforme, si sfocano. Così, anche gli spazi si trasformano. Urbanizzazione, spostamenti demografici, cambiamenti socio-economici e luoghi che si rinnovano tecnologicamente, prima analogici, ora abitati da robottini, TikTok e codici QR, in cui i frammentati Qiao Qiao e Guao Bin devono imparare a (ri)contestualizzarsi.
Nel finale, ciò a cui il viaggio quasi documentario ha portato non è tanto la ricomposizione di un rapporto tra Qiao Qiao e Guao Bin, né la possibilità di una riconciliazione sentimentale, ma la sopravvivenza stessa delle immagini, e quindi delle esperienze, che li hanno attraversati. Lui è tornato a Datong acciaccato e affaticato e la riconosce alla cassa del supermercato dove lei lavora. Appena le arriva davanti si toglie la mascherina per rendersi riconoscibile. In quel momento forse emergono desideri passati, un senso di smarrimento o la necessità di empatia in un mondo che sembra averla persa. Eppure lo sguardo di Jia Zanghke si protrae verso il futuro, come quello di Qiao Qiao, mentre Guao Bin sembra rimanere impigliato nei rimorsi.
Guardarsi indietro ha permesso a Jia Zanghke di (ri)costruire e di universalizzare l’intricato percorso vitale di due personaggi-persone e di un intero Paese. È tornato sulle sue immagini in un momento in cui tutta l’umanità era fuori tempo, le ha (ri)lette come se non potessero mai esaurirsi, come se il passato tornasse presente per generare un nuovo ricordo e farsi estensione della memoria. Solo così le immagini non muoiono. Solo se si è disposti a dedicarcisi.
