L’atmosfera e i colori de I figli della scimmia sono autunnali, una stagione di mezzo come la fase che affronterà Dario (Riccardo Scamarcio). È un padre premuroso e presente, con la compagna (Lidiya Liberman) si spartisce equamente i doveri nei confronti del figlio Enrico (Andrea Aggio) che è affetto da una grave disabilità. La fede nella sua missione vacilla nel momento in cui osserva il nipote Giacomo muovere i suoi primi passi nell’adolescenza. Una gelosia cresce nei confronti del fratello (Fausto Russo Alesi) che con Giacomo non ha per nulla un buon rapporto: cosa ha fatto per meritarsi un figlio normale?, sembra pensare. Dario si insinua così nella quotidianità di Giacomo, incarnando un padre perfetto con cui parlare dei propri problemi e divertirsi, sostituendo macabramente Enrico. Sinché la situazione degenera.
Le dimensioni ridotte del formato in cui è girato I figli della scimmia, cioè il 4:3, non risparmiano ma neanche rendono pietose le difficoltà di una famiglia che affronta una disabilità. Una decisione, un’azione, un programma, che sia anche semplicemente uscire di casa, necessita di più tempo. I genitori come soldatini passano dalla cura di Enrico alle loro professioni, con un ritmo serrato ma pieno d’amore e d’attenzione, in una perenne lotta per donare normalità al loro nucleo familiare. Per questo il “tradimento” di Dario sembra quasi una disgrazia: perché proprio a lui, perché io spettatore devo trovarmi nella posizione di giudicarlo? D’altronde non è innocente e legittimo desiderare un figlio normale, autonomo, che vuole la moto, che ha amici e una ragazza, di cui vantarsi?
È intensa la storia che Tommaso Landucci, che scrive insieme a Damiano Femfert, vuole raccontare. E abbastanza inusuale, dato che la cura è spesso appannaggio del femminile. Al centro de I figli della scimmia ci sono i padri, che amano e che sbagliano. Ci sono due fratelli, Scamarcio e Russo Alesi, che lottano per lo stesso figlio, mentre Enrico osserva in panchina. Tutt’intorno una gran solitudine in cui entrambe le famiglie vivono, in queste vallate dove ci si può spostare solo in macchina, in queste case/rocche dove isolarsi e far rimbalzare le proprie sfortune e i propri dolori. E Landucci non si vergogna ma apre la porta di queste dimore e indugia sui dettagli di un sentimento e una condizione patetiche, difficilissime da raccontare e cioè la gelosia e la disabilità.
Dario è un uomo buono ma silenzioso ed è quest’ultima sfumatura che dona a I figli della scimmia le tinte del thriller. Scamarcio cova l’invidia magistralmente e la fa trasudare dal suo sguardo, dal suo corpo apparentemente fermo, deciso, pragmatico per affrontare al meglio la vita difficile di tutti i giorni (i capelli rasati, niente barba, vestiti scuri, comodi e semplici). Vacilla e si vergogna pure mentre gareggia con il fratello, aggiustando la sua vecchia moto per Giacomo, regalandogli dei costosi e stilosi stivali per guidarla. E Russo Alesi, comprimario in bravura, da genitore perentorio e più avvezzo ai doveri, giudica la leggerezza del fratello ma è anche invidioso del fascino che esercita su Giacomo e del rapporto intimo che instaurano zio e nipote.
La perdizione di Dario inizia e si conclude con un bagno a Enrico, il momento più intimo che padre e figlio condividono, innamorati l’uno dell’altro nonostante le difficoltà. E chissà se il titolo del primo film di finzione di Landucci ha un’accezione evolutiva. Nel senso che non ci sono figli normali e disabili, non ci sono genitori santi e svogliati, ma abbiamo tutti la stessa origine, animale e febbrile, istintiva e peccatrice. Insieme a Femfert, con cui vince il premio Miglior sceneggiatura in Orizzonti a Venezia 83, Landucci dona a un monologo di Scamarcio la risoluzione al suo stesso dramma: i genitori devono amare e lasciare andare, stare vicino ai figli soprattutto quando non rispecchiano le loro inutili ed egoiste aspettative. Anche Riccardo Scamarcio è stato premiato come Miglior attore, e giustamente. Un altro padre nella sua filmografia, ma forse è quello più intenso, che potrebbe sancire una volta per tutte la sua bravura.